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1 giugno 2010

La Casta e gli attacchi a Internet

Internet è sotto attacco. Ma da tanto tempo ormai. La nostra preistorica classe politica identifica da sempre questa straordinaria tecnologia, che ha letteralmente rivoluzionato la vita quotidiana, come un mezzo di comunicazione misterioso, e pertanto temibile.
Ormai anche i meno avvezzi alla rete ne riconoscono la portata e le infinite potenzialità. E si rendono perfettamente conto che è pressoché impossibile controllare il web. Ciò che è incontrollabile, ai piani alti diventa pericoloso. Per loro.
È evidente come la Casta si muova sempre compatta ed al di sopra di qualunque particolarismo di partito. I colori di appartenenza si fondono in un unico grigio sbiadito.
A febbraio del 2009, in occasione dell’approvazione da parte del Senato del cosiddetto “pacchetto sicurezza” (D.d..L. 733) da presentare alla Camera, il Senatore dell’UDC, Gianpiero D'Alia, promosse ed ottenne l'inserimento di un emendamento, l’articolo 50-bis.
L’emendamento firmato da D’Alia (il cui partito teoricamente starebbe all’opposizione), divenuto poi articolo 60, sanciva la "Repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet".
Caspita! Un toccasana per uno come Schifani, per esempio, che ebbe a dire che “quando c'erano gli anni di piombo e del terrorismo, abbiamo avuto momenti bui ma non vi erano momenti aggregativi pericolosi come esistono oggi attraverso l'uso di questi siti”. Insomma internet è potenzialmente peggio del terrorismo!
Schifani, per la cronaca, è lo stesso che, dopo aver mostrato la sua disponibilità ad incontrare Beppe Grillo per discutere la proposta di legge popolare “Parlamento pulito”, da questi promossa ma chiusa in un cassetto del Senato da una vita, alla fine si tirò indietro impaurito quando il comico propose di filmare l’incontro con una webcam. Va capito, poverino. E se la webcam gli avesse strappato un braccio con un morso?
Con il suo emendamento D’Alia puntava a chiudere (povero illuso) o a bloccare portali come YouTube o l’“indegno” (parole sue) Facebook. Come? Con una forma di ricatto indiretto. Nel momento in cui il ministero avesse individuato contenuti sgraditi, sarebbe partita una diffida nei confronti del gestore che avrebbe avuto, secondo D’Alia, “due possibilità: o ottemperare e quindi cancellare questi contenuti oppure non ottemperare. Se non ottempera diventa complice di chi inneggia a Provenzano e Riina e quindi è giusto che venga oscurato”.
Quindi, per esempio, se al Governo non fossero piaciute le opinioni espresse in un blog, se ne sarebbe potuta ordinare, mediante il Ministero dell'Interno, la chiusura. Il provider si sarebbe quindi trovato di fronte ad un bivio e, verosimilmente, avrebbe scelto il “male minore” attivando l’apposito filtraggio atto a bloccare i contenuti scomodi. Addirittura entro il termine di 24 ore per evitare di incorrere in una sanzione amministrativa pecuniaria da 50.000 a 250.000 euro.
Il blogger colpevole (sempre secondo il Governo) di apologia o istigazione avrebbero rischiato fino a 5 anni di carcere.
Per fortuna, il 29 aprile 2009 l’emendamento D’Alia che era stato approvato al Senato fu abrogato dal "controemendamento" Cassinelli, tradotto poi nell'articolo 60.
Ma non si tratta di un caso isolato. Basti ricordare, fra gli altri tentativi, il progetto di legge 2195 “Disposizioni per assicurare la tutela della legalità nella rete internet e delega al Governo per l'istituzione di un apposito comitato presso l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni” dell’on. Gabriella Carlucci .
Ovviamente, da più parti si avanzò il sospetto che l’ex presentatrice televisiva si fosse fatta scrivere il testo del ddl da qualcun altro. Nello specifico, l’ipotesi più accreditata sembrava essere quella di un tal Davide Rossi, presidente della società Univideo (Unione Italiana Editoria Audiovisiva).
Di fatto, più che tutelare i minori dai rischi della pedofilia on-line, la legge sembrava puntare piuttosto a contrastare la pirateria ed a salvaguardare gli interessi dei detentori dei diritti e dell'industria dei contenuti audiovisivi.
L’ultimo attacco alla rete, in ordine di tempo, è il Decreto Romani. Con la scusa di dover attuare la Direttiva UE 2007/65/CE, che stabilisce che la televisione deve essere soggetta alla medesima disciplina indipendentemente dalla piattaforma tecnologica utilizzata, il Governo mette in scena l’ennesimo tentativo di imbavagliare il web ed evitare la diffusione di fonti di informazione alternative alla tv.
In quaranta pagine di legislazione italiana che applicherebbero 11 righe della direttiva UE, i video blog verrebbero in sostanza equiparati alla televisione all’interno della categoria del “servizio di media audiovisivo”.
Nell’unico Paese al mondo in cui un’azienda (Mediaset) ha fatto causa a Google per i contenuti di sua proprietà presenti su YouTube, i provider dovrebbero verificare e provvedere alla rimozione tutti i contenuti che possono infrangere il copyright, pena una multa.
Dunque, poniamoci una domanda. Chi trarrebbe davvero giovamento (anche economico) dal ridimensionamento di questa rivoluzionaria tecnologia? A conti fatti, una persona c’è. Indovinate un po’ chi è.


6 marzo 2010

"Firmatutto" Napolitano

Giorgio "Firmatutto" Napolitano ha dato il via libera al decreto interpretativo sui termini della consegna delle liste elettorali, licenziato ieri dal governo. 
 
Giorgio "Firmatutto" Napolitano non mi rappresenta. Mi fa vergognare di essere italiano. E lo dico con un misto di tristezza, sdegno e schifo.
 
De profundis per la democrazia italiana.

 


15 febbraio 2010

Convegno "Libero Web in Libero Stato" (Milano, 13 febbraio)

La prima non notizia è che i parlamentari d’opposizione Vincenzo Vita e Roberto Zaccaria (ex Presidente Rai), all’ultimo momento, hanno cancellato la loro annunciata partecipazione al convegno tenutosi presso il Teatro Blu di Milano. Ne da l’annuncio il conduttore dell’incontro, un visibilmente infastidito Piero Ricca. Per problemi d’agenda (d’altro canto siamo in campagna elettorale e andare in giro a raccattare voti conta più di ogni altra cosa…) il loro intervento viene dunque affidato ad un collegamento telefonico.

La seconda non notizia è che il contributo che entrambi apportano al dibattito è il solito discorsetto in stile “siamo dalla vostra parte e lotteremo insieme” espresso nel più classico politichese. Vita, prima, e Zaccaria, dopo, ci spiegano come l’opposizione abbia “dato battaglia nelle Commissioni” esprimendo parere negativo al decreto Romani. Purtroppo il fugace intervento telefonico non permette grande interazione (a parte un paio di domande rivolte da Ricca e dall’avvocato Guido Scorza, esperto di web), soprattutto con il pubblico. Di fatto, ad esempio, sarebbe stato molto interessante chiedere ai due parlamentari del PD perché il loro partito si sia mosso solo a giochi fatti, quando ormai il decreto era stato confezionato (anche perché le reali intenzioni censorie del Governo, dietro al recepimento della direttiva europea sulle telecomunicazioni, erano note da tempo ed un’opposizione che si rispetti avrebbe avuto il dovere di agire preventivamente).

Tra un decisamente poco concreto “forse questo aspetto non dovrebbe entrare nel provvedimento” e un generico “bisogna farsi sentire”, entrambi i politici, invitati ad un’eventuale protesta di piazza, preferiscono farfugliare una non risposta, dichiarandosi favorevoli in linea di principio. Rimane il dubbio riguardo ad una tangibile partecipazione del PD alla mobilitazione del popolo della rete.

I pericoli rappresentati da questa legge, che potrebbe rimanere così com’è stata partorita se il Governo non accogliesse le obiezioni dell’opposizione, vengono riassunti dall’avvocato Scorza.

In questo decreto c'è l'equiparazione dei siti alle Tv e si prevede l'autorizzazione ministeriale preventiva per trasmettere via web. Inoltre, i provider sarebbero responsabili dei contenuti pubblicati in rete e avrebbero il compito di rimuovere quelli che violano il diritto d'autore. Pena una sanzione fino a 150 mila euro per ogni richiamo. Si tratta, insomma, di una riforma radicale delle norme italiane su tv e Internet.

Fa specie sentire un dirigente Rai, Loris Mazzetti, denunciare la collusione dei vertici della sua stessa azienda con la maggioranza governativa. Da quando il Cavaliere è al potere (grazie anche al colpevole e spesso complice silenzio dell’opposizione), nella gestione della televisione di Stato sono state fatte scelte apparentemente incomprensibili e sconsiderate che, stranamente, hanno finito per favorire Mediaset, danneggiare la stessa Rai e mettere i bastoni fra le ruote anche al fortissimo competitor dell’azienda di casa Berlusconi, cioè Sky. Fra i vari esempi ricordati da Mazzetti, c’è il clamoroso rifiuto da parte del Direttore Generale Masi dei 60 milioni di euro l’anno offerti da Murdoch per trasmettere le reti di Stato sulla sua piattaforma.

A sorpresa, interviene telefonicamente anche Beppe Grillo, attualmente in tour nelle principali città europee. Il comico genovese non sembra particolarmente preoccupato: “Potranno fare decreti, decretini, emendamenti, tanto ci saranno sempre due diciassettenni in un garage che progettano qualche altra cosa…”. Non sono dello stesso parere altri due ospiti, il blogger Claudio Messora e l’ex parlamentare europeo Vittorio Agnoletto.

La sostanza è che, pur essendo verissimo che a medio e lungo termine l’inarrestabile evoluzione tecnologica avrà la meglio su qualunque forma di censura, bisogna opporsi adesso e con estrema urgenza ad un potere politico esercitato con il telecomando che, oltre a cercare di imbavagliare le fonti di informazione libera, “non ci fa innamorare della rete”, come sottolinea l’avvocato Scorza. Prima che sia troppo tardi.

L’Italia come la Cina o l’Iran. Presto potrebbe essere ben più che un timore. La stampa estera, rispetto ai media di casa nostra, sembra molto più attenta e preoccupata per i pericoli corsi dalla libertà di espressione in Italia. Paradossale? No, purtroppo no.

 

***Ecco la playlist con i video del convegno.

 


2 febbraio 2010

Milano contro la privatizzazione dell'acqua

Ieri sera, 1 febbraio 2010, presso la Camera del Lavoro di Milano, si è svolta la “Grande serata in compagnia dell'acqua! (Contro la sua privatizzazione)”. Un’iniziativa nell’ambito della campagna “Salva l’Acqua” promossa dal Comitato Milanese Acquapubblica – Comitato Italiano Contratto Mondiale dell'acqua – Camera del Lavoro di Milano.

Le premesse e le ragioni dell’evento venivano così riassunte nel manifesto che lo annunciava: “L’acqua! Quella che esce tutti i giorni dai rubinetti, nelle nostre case, indispensabile alla vita, è un diritto umano! Oggi a Milano, come in quasi tutta l’Italia, questa acqua è pubblica e di ottima qualità! I nostri governanti han fatto una legge per privatizzare l’acqua di tutti, cioè per rubarcela e regalarla alle multinazionali! Ma noi la vogliamo difendere dalla speculazione privata, dall'inquinamento, dallo spreco, perché così difendiamo noi stessi! Contro questa legge, per liberare l’acqua dalla morsa del mercato e del profitto c’è anche la possibilità di un referendum!”.

La legge a cui si fa riferimento è il decreto Ronchi, licenziato prima al Senato e poi definitivamente alla Camera lo scorso 19 novembre 2009 con 302 voti favorevoli e 263 contrari, consentendone così la conversione.
In particolare nell’articolo 15 del decreto legge si ribadisce come la proprietà dell’acqua sia pubblica ma nel contempo si determina come entro il 31 dicembre 2011 tutte le gestioni in house (cioè strettamente controllate dall’ente locale) debbano decadere, a meno che entro questa data la società che gestisce il servizio non sia per il 40% affidata a privati. In pratica si obbligano gli enti locali a mettere sul mercato l’ acqua.

Una situazione paradossale ed in controtendenza rispetto a quanto avviene in altri Paesi ed in altre grandi città. Nello specifico, Giovanna Procacci del Comitato Milanese Acquapubblica ha ricordato come, dopo l’esperienza fallimentare della privatizzazione, a Parigi ad esempio la gestione dell’acqua sia tornata nuovamente pubblica. E a tal proposito, ha annunciato che verrà organizzato un incontro fra Anne Le Strat, vicesindaco della capitale francese, ed i vertici del capoluogo lombardo.

Da Palazzo Marino e dal Pirellone, non è finora pervenuto alcun segnale da parte di Letizia Moratti e Roberto Formigoni. La Procacci ha però evidenziato con evidente preoccupazione come qualche anno fa il sindaco si fosse già espresso favorevolmente sull’eventuale privatizzazione del servizio. Poi tutto cadde nel dimenticatoio e da allora non si registrano più notizie né dichiarazioni di sorta.

Che nel nostro Paese tiri una brutta aria è quanto ribadito dal successivo intervento di Moni Ovadia. Estremizzando il concetto, l’artista ha provocatoriamente incluso la privatizzazione dell’acqua in quel processo di annichilimento della vita umana e dei diritti fondamentali dell’individuo che ormai da tempo le oligarchie del nostro Paese, e più in generale del mondo, stanno progressivamente applicando “in questa scorza che è la democrazia moderna”. Una testimonianza che spazia dalla situazione socio-politica italiana a quella internazionale, in cui piccole lobby gestiscono il potere sempre più spesso incuranti del bene dei cittadini comuni. Il voto, secondo Ovadia, in una democrazia autoritaria come quella italiana, in cui destra e sinistra si confondono in un unico gruppo di interessi, “non cambia nulla. Bisogna tornare in piazza. C’è l’urgenza di costruire un nostro movimento”. E internet, come dimostra l’esperienza del popolo viola, può essere un ottimo veicolo di presa di coscienza ed aggregazione. Ma “bisogna studiare ed informarsi, investire sui giovani” per cercare di uscire dal baratro in cui il regime mediatico italiano ha spinto la gente.

Fra i contributi video previsti per la serata, spiccano quelli dei comici Paolo Rossi e Flavio Oreglio che, affrontando con la solita verve un argomento estremamente serio, sono riusciti a strappare qualche risata al pubblico intervenuto.


Particolarmente interessante la testimonianza di Emilio Molinari. Il business dell’acqua è un problema globale tanto che, come ha avuto modo di ricordare il politico milanese, in occasione del quinto Forum mondiale dell’acqua, svoltosi ad Istanbul a marzo dello scorso anno, i paesi lì riuniti (Italia inclusa) “non sono riusciti a riconoscere che l’acqua è un diritto fondamentale universale dell’umanità, lo hanno definito un bisogno, e ciò è estremamente preoccupante”. Ne viene fuori un quadro sconcertante: foto satellitari provavano che navi cisterne cinesi rubavano l’acqua del Rio delle Amazzoni. “Chiesi: perché non li denunciate? Mi risposero: perché non ci conviene, è meglio stabilire prima il prezzo al barile dell’acqua grezza e poi, piuttosto, vendergliela”.

Dati alla mano, nelle città dove la privatizzazione dei servizi idrici è già in atto, come Roma o Bologna, si arriva fino a un 35% di perdite d’acqua a causa del peggioramento nella manutenzione della rete ad opera dei privati.

Diminuisce la cura, ma aumentano i costi (e forse, solo se toccati nel portafoglio, i cittadini reagiranno). In alcune città si è registrato addirittura un rincaro del 300%, come ha avuto modo di dimostrare il programma Report.
Una fondamentale battaglia civile per il diritto all’acqua pubblica, che bisogna assolutamente combattere. Come quella per garantire la libertà di espressione ed opinione. All’uscita c’è Piero Ricca da cui apprendo che i ragazzi di Qui Milano Libera stanno organizzando, per il 13 febbraio, un’incontro di riflessione e di protesta contro il decreto Romani e la censura che lo stesso intende applicare a internet. È in gioco il nostro futuro, non c’è dubbio.




30 ottobre 2008

Le proteste giovanili e la saggezza degli anziani

 Qualche giorno fa, nel pieno della sua senile e sincera demenza, Cossiga dichiarò che Berlusconi dovrebbe fare come fece lui a suo tempo. Provocare coloro che protestano nelle piazze d'Italia contro la riforma della scuola collocando ad arte, all'interno dei cortei e dei gruppi, degli agenti di disturbo pronti a tutto, in particolar modo a sollevare tafferugli. Ciò permetterebbe poi alle forze di polizia di spaccare teste a destra e a manca per riportare l'ordine, ottenendo anche il consenso di un'opinione pubblica atterrita da questi orribili "mostri" di studenti.
Ora, si apprezza certamente la sincerità del Presidente emerito della Repubblica, il quale, a 40 anni di distanza, forte della sua posizione di "intoccabile", ammette candidamente delle cose che, per la loro gravità, in un paese civile dovrebbero essere considerate alla stregua di azioni terroristiche. Ma c'è in effetti un legame molto forte fra ciò che dice questo "anziano" che pensa che tutto gli sia concesso (e pensa bene...) e quello che sta succedendo in questi giorni.
Berlusconi afferma, in uno dei suoi spot di maggiore successo, che "la Sinistra usa gli studenti per fare lotta politica" aggiungendo che "dispiace vedere come (la stessa Sinistra) li truffi perché nulla di ciò che hanno detto sulla riforma Gelmini è vero". Quindi ne consegue che, secondo lui o secondo quello che lui vuole fare percepire, gli scontri di ieri sarebbero il risultato di questa azione destabilizzante della Sinistra.
Il problema è che, invece, in realtà chi ha provocato gli scontri di ieri sono gli studenti di Forza Nuova che tanto corrispondono a quella descrizione di agenti di disturbo consigliati dal buon Cossiga.
Ora, dopo l'approvazione del decreto Gelmini al Senato, in vista delle probabilissime manifestazioni di protesta, servono solo dei buoni manganelli. Magari Berlusconi potrebbe chiedere a Cossiga qualche dritta sui modelli migliori.


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29 dicembre 2010 La fine dell'anno La fine dell'anno è arrivata. Il primo decennio del  XXI secolo si è concluso. Ho riascoltato i discorsi di fine anno dei nostri Presidenti della Repubblica. Qualcuno leggeva altri andavano a memoria. Gli argomenti? Disoccupazione, emigrazione, terrorismo, studenti, assassini comuni e politici.  la costanza di tali elementi  mi è ... (continua) Leggi tutto

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