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20 aprile 2013

Napolitano "nuovo" Presidente della Repubblica



L'inciucio fra PD e PDL, che dura ormai da una ventina d'anni, riafferma prepotentemente il proprio istinto di autoconservazione.
Solo qualche giorno fa aveva chiuso la porta ad un secondo mandato con parole nette: "non mi convinceranno a restare, sarebbe al limite del ridicolo". Oggi Giorgio Napolitano viene nuovamente eletto Presidente della Repubblica in nome di quelle "larghe intese" di cui è stato artefice e fautore.

Mentre nel Palazzo, al raggiungimento del quorum, la Casta (si) applaude compiaciuta, fuori monta la rabbia della gente, riversatasi in massa davanti a Montecitorio per protestare contro il colpo di coda di una classe politica ormai totalmente scollata dal Paese reale.

Piuttosto che spiegare al proprio elettorato le ragioni per cui si è scelto di mandare allo sfascio quello che restava della propria (poca) dignità e credibilità politica preferendo (ancora una volta) l'accordo con il caimano alla convergenza con il Movimento 5 Stelle sulla figura di Stefano Rodotà (oltretutto da sempre uno dei loro!!!), nel più classico tentativo di distrazione di massa, il centro-sinistra si concentra sul solito bersaglio: Beppe Grillo.

Il dito indica la luna ma lo stolto guarda il dito. Ed ecco che i Franceschini o gli Orfini (tanto per sottolineare come ci sia una continuità fra i vecchi e i giovani dirigenti) si affrettano a sparare a zero contro il comico che poco prima aveva denunciato il "colpo di Stato" in atto, ricordandosi (adesso sì) di Rodotà ma solo per chiedergli di dissociarsi dalle parole di Grillo. Come se i due fossero legati da un rapporto di interdipendenza. O l'uno fosse responsabile delle parole dell'altro.

Mettere insieme Grillo e Rodotà nella stessa frase è una tattica bene oliata. La macchina del fango si attiva per far passare l'idea che il comico e il giurista siano due pericolosi estremisti in combutta fra loro e che - grazie a Dio! - ora che Re Giorgio è tornato al timone possiamo finalmente dormire sonni tranquilli.

Se poi Rodotà, interpellato sull'imminente invasione distruttiva della capitale da parte dei pericolosi "grillini" (e ovviamente in questo calderone ci finiscono anche gli inconsapevoli e indignati elettori del PD), afferma di essere "contrario a qualsiasi marcia", il cerchio si chiude: "Rodotà si dissocia da Grillo". Ingoiato dal Paese (o da parte di esso) il rospo Napolitano, alleggerito dal dubbio di aver sfiorato il complotto eversivo del comico e del giurista, la figura di Rodotà viene ripulita e reinglobata dal sistema, messa a posto là dove non può disturbare il conducente.

Lo sdegno per l'offensiva definizione ("golpe") dell'inciucio partorito dalla Casta nelle segrete stanze è però molto amplio e non si limita solo al centro-sinistra, d'altro canto alle larghe intese corrispondono larghe corrispondenze di amorosi sensi.
Partecipano alla festa, manco a dirlo, anche gli squadroni pidiellini coadiuvati dai soliti pennivendoli castaioli alla Battista o alla Riotta sempre pronti a imbracciare le armi quando c'è da difendere le posizioni da eventuali scossoni.


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Ovviamente nessuno di loro aveva fiatato quando, solo due giorni prima, a proposito della candidatura di Prodi, Berlusconi affermava sobriamente: "è una dichiarazione di guerra, scatenate l’inferno". Il "mostro" da mettere all'indice, si sa, è un gruppo di incensurati in Parlamento da due mesi, la cui colpa è quella di non volersi uniformare al sistema. "Fascisti" se manifestano il proprio dissenso. "Poco credibili" se propongono ed insistono su un candidato da cui, sondaggi alla mano, oggi la maggior parte degli italiani vorrebbe essere rappresentata.

Ma del Paese reale la Casta se ne FOTTE.



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23 novembre 2009

Il compagno Fini e il branco di lupi famelici

Dopotutto ha semplicemente detto la verità. “Chi vi fa pesare il fatto che abbiate la pelle di un altro colore o vi dice che siete diversi, è uno stronzo”. Ha solo chiamato le cose con il loro nome.

Ma ultimamente qualunque cosa dica il “compagno” Fini che si discosti anche solo minimamente dal pensiero monodirezionale ed uniformato dei berlusconiani del PDL o, come in questo caso, dagli alleati della Lega, è “rivoluzionario”, avvisaglia di “crisi di governo”, sintomo di una “rottura imminente”, di uno “strappo” non ricucibile che finalmente farà cadere Berlusconi. Complotto. Speranza.

Frustrazione. Sì, è avvilente constatare come in più di un’occasione nel corso di questi quindici anni un politico, tutto sommato credibile e preparato (il che di questi tempi non è poco…), si sia “prostituito”, mettendo spesso da parte la propria cultura, la propria sensibilità politica ed il proprio spirito civico per accomodarsi su una confortevole poltrona all’ombra del monolite berlusconiano. Ed ogniqualvolta il Presidente della Camera dimostri di poter stare dalla parte della legalità e del buonsenso, oggi con una commento, domani con una dichiarazione di intenti, la frustrazione si acuisce. Logicamente non perché chi scrive stia dalla parte dell’illegalità e del berlusconismo imperanti, piuttosto perché non riesce a capire (o meglio “ad accettare”) il compromesso anche a costo di perdere la propria dignità.

E Fini proprio questo ha fatto. A più riprese, durante questi lunghi anni di sodalizio con Berlusconi, si è svenduto per garantirsi il potere. Ma la sua coscienza repressa non poteva non venire fuori, a più riprese, prima di essere puntualmente e nuovamente messa a tacere  in nome di un bene maggiore (almeno in apparenza). Come scordare la faccia (scolpita per sempre nelle immagini) di quell’uomo che a stento riusciva a credere al vergognoso teatrino proposto al Parlamento Europeo dal Premier nel 2003 (“siete turisti della democrazia!”)? L’ex leader di AN se ne dissociò subito ma alle critiche ed ai musi lunghi non seguì alcuna azione concreta e tutto tornò nei ranghi del regime.

Per non parlare delle esternazioni di fine 2007 quando al governo c’era il centro-sinistra: “Berlusconi con me ha chiuso, non pensi di recuperarmi, io al contrario di lui non cambio posizione. Se vuole fare il Premier deve fare i conti con me, che ho pure vent’anni di meno. Mica crederà di essere eterno... Lui a Palazzo Chigi non ci tornerà mai. Per farlo ha bisogno del mio voto, ma non lo avrà mai più. Se vuole tornarci, ci vada con Veltroni”. Ecco, a parte il fatto che poi il consiglio Berlusconi lo seguì letteralmente (tornare al governo “con Veltroni” che fece di tutto per delegittimare il governo Prodi e “riconsegnare” il Paese all’uomo venuto da Arcore), di fronte a certe parole neanche il più grande degli indovini avrebbe potuto prefigurare il mesto scioglimento di Alleanza Nazionale ed il patetico ingresso dei suoi membri nel partito unico annunciato da un Berlusconi inebriato dalla folla, nel novembre di quello stesso anno, in Piazza San Babila a Milano (senza che nessuno degli alleati lo sapesse fra l’altro).

Sono solo due eclatanti esempi di un déjà vu che abbiamo vissuto troppe volte, come detto. Un uomo politico dalle due facce, Fini. Leader di un partito traghettato dal post-fascismo alla destra laica e democratica, insofferente all’alleanza di governo con un partito xenofobo come la Lega e lontano dalle logiche di sudditanza e totale identificazione con il capo tipiche dei berluscones, da una parte. Compiacente e silente Ministro degli Esteri o Presidente della Camera e firmatario della “legge Bossi-Fini” sull’immigrazione, dall’altro.

Ha senso? Per un comune cittadino, no. In politica, invece, dove la poltrona conta molto più della coerenza e della dignità, è del tutto “logico”. L’accettazione dell’ultima probabile legge ad personam (“processo breve”) da parte del “compagno” Fini, dopo le recenti forti prese di posizione sul rispetto delle istituzioni che gli avevano valso tale epiteto da parte dei colonnelli di Arcore, ne è solo un’ulteriore conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno. Dico agli elettori che non c’entro nulla col branco di lupi famelici al potere ma poi corro a cibarmi anch’io della carcassa del Paese che le stesse belve stanno azzannando.

L’inciucio fra oppositori, ma anche fra compagni di partito di correnti diverse, è sempre dietro l’angolo. Una grande tradizione italiana.


16 ottobre 2009

SILVIO E L'AMICO MASSIMO, UN AMORE ETERNO

Suggerisco di andare a teatro a vedere le repliche di Promemoria, il racconto di Marco Travaglio sugli ultimi quindici anni di storia italiana. Oppure di acquistare il libro/dvd. E poi di focalizzare l’attenzione sulla parte in cui il giornalista racconta di quanto accaduto nel quinquennio in cui il centro-sinistra ebbe in mano le redini del Paese, durante la XIII legislatura (1996-2001). Dopo aver abilmente rovesciato Prodi ed averlo sostituito come Presidente del Consiglio, Massimo D’Alema diede il via alla parabola discendente del centro-sinistra che avrebbe riportato in auge Silvio Berlusconi, vincitore nella tornata elettorale del 2006. D’altronde quella non sarebbe stata l’ultima volta in cui l’amico Massimo, come lo definì il Cavaliere, e più in generale la sua coalizione di riferimento avrebbero avuto il “merito” di riportare in vita Berlusconi da una morte politica che sarebbe stata altresì inevitabile. Non dimentichiamoci che una delle prime azioni di Veltroni, dopo la sua elezione a segretario del neonato PD, a fine 2007, fu quella di instaurare un dialogo con l’opposizione. E non con la Lega o Fini ma con un ormai emarginato e sempre più solo Berlusconi, su cui i suoi alleati avevano messo una croce gigante. Ebbene, il dialogo produsse un ulteriore indebolimento dell’esecutivo di Prodi e l’ennesimo rilancio del “presidente operaio”, rinvigorito più che mai. Ed i suoi alleati dovettero abbandonare ogni velleità identitaria tornando (soprattutto Fini) con la coda fra le gambe all’ombra del Cavaliere. Ma l’amico Massimo non lo batte nessuno. Dovremmo dunque sorprenderci dell’incontro furtivo fra lui e Berlusconi, con l’intermediazione del fido Gianni Letta, il 14 ottobre a Villa Madama, in occasione della presentazione dell’alleanza fra Malpensa e Fiumicino? Neanche per sogno. D’Alema che fa finta di opporsi al Premier e poi inciucia alla prima occasione, è roba vecchia. D’altronde lo ha ribadito chiaramente anche lui durante questo improvvisato tête a tête: “Presidente, io sono sempre pronto”. Eh sì, perché già nel 1996, governo Prodi, mentre Berlusconi era imputato a Milano per tangenti e falso in bilancio ed indagato a Palermo, Caltanissetta e Firenze per mafia, D’Alema accorse per la prima volta in suo soccorso bevendosi la storia del cimicione, la microspia che Berlusconi si era ritrovato in casa e per la quale aveva subito gridato (tanto per cambiare) alle solite “toghe rosse” spione. Poi si scoprirà che la cimice era stata piazzata da un impiegato del servizio di sicurezza dello stesso Cavaliere, nel tentativo di valorizzare il lavoro di bonifica dell’abitazione che gli era stato commissionato. Poco male, l’amore litigarello fra i due politici era ormai iniziato. E fra i contrasti ed i litigi tipici di ogni coppia, arriviamo ai giorni nostri. D’Alema si sta riprendendo la leadership del PD sotto le mentite spoglie di Bersani e, prima ancora dell’incontro di Villa Madama, lancia già segnali inequivocabili richiamando i suoi alla responsabilità, tirando fuori la solita manfrina dell’antiberlusconismo che non paga (usata spesso e volentieri dagli esponenti del PD per giustificare la loro vergognosa connivenza con la maggioranza) ed, infine, abbandonandosi al ritorno di fiamma. Proprio nel momento in cui il Premier sembra essere nuovamente alla frutta, la spalla dell’amico Massimo è pronta a sorreggerlo. Ecco, la triste morale di questa storia è che la democrazia e l’alternanza in Italia non possono esistere: maggioranza ed “opposizione” continuano a spartirsi la torta ed a essere sfacciatamente una cosa sola (vogliamo parlare dello scudo fiscale?). D’Alema ed i suoi seguaci sono un altro maledetto cancro di questo paese ormai in metastasi, uguali in tutto e per tutto ai berluscones. Perché Berlusconi serve a D’Alema per rimanere a galla e senza un Berlusconi non esisterebbe un D’Alema. La speranza è che crollino, un giorno, ed allora crollerà tutta l’impalcatura. Il problema è quando. D’altro canto, si dice che il vero amore non finisca mai…


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