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1 dicembre 2010

Medio-Oriente: “la gente vorrebbe solo poter vivere in pace”

Mi trovo a Dubai per qualche giorno, fuggito dal freddo di Milano per riparare sotto il sole che splende con ben 27° di massima qui negli Emirati Arabi.Purtroppo la mia non è una vacanza ma una trasferta di lavoro. Ma tant’è, maglio che stare nel ghiaccio e nella neve del Nord Italia, no?

Dopo una faticosa giornata, dunque, sono andato con un amico a godere di un po’ di meritato relax in uno dei locali tipici in cui si fuma la shisha. Ora, per chi non lo sapesse, è meglio premettere subito che la sostanza fumata non è né una droga né un tipo di tabacco (ma su quest’ultima affermazione non ci metterei la firma). Si tratta di aromi (io scelgo sempre quello all’uva) che vengono somministrati mediante un apposito tubo alle cui estremità ci sono, da una parte, un’ampolla d’acqua, sulla cui parte superiore poggia una sorta di posacenere che contiene dei carboncini ardenti, e dall’altra un boccaglio monouso che viene sostituito per ogni fumatore.
Fumare la shisha è una tradizione araba ed un momento di incontro con gli altri durante il quale si chiacchiera del più e del meno. Un po’ come passare al bar e bere una birra con gli amici prima di tornare a casa.

Ayman è un ragazzone sempre allegro ed estremamente intelligente. Ed è uno straordinario fumatore di shisha, un vero maestro. Tanto che addirittura porta sempre con sé la sua personalissima attrezzatura, e si fa  servire direttamente lì gli aromi.
Al tavolo, oltre a noi due c’era un terzo avventore, amico di Ayman.
Credo che si impari molto di più sulla cultura dei popoli in queste occasioni che leggendo qualunque trattato sull’argomento.
Per esempio, mentre ci recavamo a destinazione, in macchina, ho scoperto che il mio amico, che io credevo libanese (più della metà della popolazione degli Emirati è straniera), in realtà è palestinese, cioè ipotetico cittadino di un ipotetico Stato che, parole sue, “non esisterà mai, scordiamocelo, Israele non ne vuole sapere”.

Ma c’è dell’altro, Ayman possiede una sorta di documento provvisorio rilasciato dal governo libanese in virtù del fatto che lui è sposato con una donna locale.
Provvisorio significa che me lo hanno concesso in attesa che io possa avere i documenti dello Stato Palestinese, quindi mai…”. O meglio, lui sa che rimarrà per sempre (o per lunghissimo tempo ancora) “provvisorio”. E mi spiegava, con la sua solita verve, le difficoltà per poter ricevere il visto e viaggiare, per esempio, in Germania: “a mia moglie hanno concesso il visto in tre giorni, a me in sei settimane…e il mio ‘passaporto’, perché in realtà non lo è, è una sorta di libretto più grande di un passaporto normale dove gli Stati esteri si rifiutano di applicare un visto. Di fatto al massimo mi consegnano un foglio esterno che devo presentare insieme al mio documento… Quando andai in Germania probabilmente non avevano mai visto nulla di simile...”.

Curioso, ho cominciato a fare una serie di domande alle quali Ayman rispondeva con una simpatia che mal celava la sensazione di sentirsi sempre e comunque fuori posto: “Ed ho un amico yemenita che aveva un vecchio passaporto risalente a quando il suo Paese era ancora diviso. Qui negli Emirati glielo ritirarono sostituendolo con il passaporto locale. Tutto bene finché un paio di anni dopo, senza alcun motivo il Governo se lo riprese insieme a quello di tanti altri malcapitati, che si ritrovarono da quel momento senza alcun documento valido…Sai cosa accadde dopo? Da ventisei anni non può lasciare il Paese! Perché i suoi figli possano studiare deve pregare le autorità di firmare delle specifiche autorizzazioni. Insomma, sono apparentemente uomini liberi, lavorano, hanno un conto in banca ma non hanno uno straccio di documento che attesti la loro cittadinanza! Al massimo la patente di guida…”.

Li chiamano “i senza” e vivono tutti in una grande prigione. A questo punto, ad un mio accenno alle piccole similitudini con la storia di The Terminal, il film di Tom Hanks, il mio amico, con il suo vocione divertito, esclamava: “Film? Ma qui una storia identica è finita sui giornali e su tutte le televisioni!”.
Un palestinese con documenti “provvisori” egiziani si recò a studiare in Canada. Finito il corso di studi, decise di tornare in Egitto ma…“lì la legge determina che i palestinesi con documenti egiziani che siano usciti dal Paese non possano più rientrarvi! Assurdo!”.
Il povero studente dovette viaggiare per ben trentadue giorni di seguito, sballottato da uno Stato all’altro senza che nessuno gli permettesse di entrare. Anche lui, come il protagonista del film, viveva letteralmente negli aeroporti (e si lavava persino nei bagni dei terminal) in attesa di provare a partire per un'altra destinazione, nella speranza di essere finalmente accolto. Alla fine uno degli sceicchi degli Emirati gli diede un visto della casa reale (o qualcosa del genere) e la sua odissea si concluse…

Al tavolo abbiamo parlato delle contraddizioni che i popoli del medio-oriente vivono: “la gente vorrebbe solo poter vivere in pace”, mi ha detto ad un certo punto Ayman, con un’espressione un po’ rattristata. Poi mi hanno chiesto dell’Italia e di come vivono lì gli extra-comunitari. Gli ho parlato dei tanti problemi che ci sono sia per loro che per molti italiani. Gli ho parlato anche della Lega Nord.
In particolare, il ragazzo egiziano che passava di tanto in tanto per riattizzare i carboncini della shisha, non perdeva occasione per parlarmi, rigorosamente in arabo (ed il mio amico traduceva divertito). Vorrebbe venire in Italia a cercare fortuna, “magari vengo con te…”, la buttava lì ridendo.
C’è lavoro?”, mi ha chiesto ad un certo punto, diretto. La mia risposta lo ha portato a concludere: “Ok, facciamo così, mandami il curriculum e vedo se ti riesco a rimediare qualcosa in Egitto”.

 


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