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12 maggio 2010

SE TI TOGLIESSERO LA RAGIONE DI ESSERE QUEL CHE SEI? (Presentazione del libro “Terroni”, di Pino Aprile)

 

E’ stato presentato ieri a Milano, presso il circolo della Stampa, il libro “Terroni”, scritto da Pino Aprile, ex vicedirettore del settimanale Oggi.

Considerato l’argomento trattato dal giornalista, non sono mancati spunti interessanti e finanche polemici sull’annosa questione meridionale.

Terroni è un libro “provocatorio e documentato, il che è molto difficile al giorno d’oggi”, esordisce il direttore di Oggi, Umberto Brindani, seduto in qualità di moderatore al tavolo dell’autore, accompagnato anche dall’armatore Vincenzo Onorato, napoletano doc.

Prendendo spunto dalle parole pronunciate la mattina precedente dal Presidente Napolitano a Marsala, per la celebrazione dello sbarco dei Mille, Aprile pone l’attenzione sul “fermento che ribolle nel Sud in moltissime forme che non arrivano al grande pubblico, neppure a quello meridionale”. Sono sorti nel corso degli ultimi anni centinaia di gruppi dagli intenti e dalle finalità più disparate. Ci sono coloro che, con serietà e passione, cercano di far luce sulle verità storiche dell’unità d’Italia, grandi “cacciatori di documenti” relativi al Risorgimento che non hanno mai trovato spazio nei testi scolastici. Oppure ci sono “i neo-nazisti al contrario” che hanno sviluppano un sentimento antisettentrionale uguale ed opposto a quello dei leghisti puri e duri. Ma anche coloro che cercano di “convertire con spirito francescano” gli italiano del Nord. Insomma il panorama è variegato.

Ma lo scrittore sembra preoccupato quando, ricordando le parole dell’economista Gianfranco Viesti durante la presentazione di “Terroni” a Bari, ne riporta il commento:  “è un libro estremo in un momento estremo e presecessionista”. La secessione è già in atto e “chi vede i dati lo sa”, prosegue Pino Aprile.

Il pubblico in sala è prevalentemente composto da gente del Sud, emigrati per necessità e non per scelta. Ma c’è anche qualche voce fuori dal coro che, pur ammettendo le responsabilità storiche del Nord, obbietta che in centocinquanta anni, se lo si fosse voluto, al Sud si sarebbe potuto reagire per  risolvere, o quantomeno migliorare, la situazione di disagio in cui versa gran parte della popolazione.

“Terroni” analizza a fondo e risponde anche a questa obiezione. L’unità d’Italia comportò la depredazione delle risorse del Regno delle Due Sicilie, lo smantellamento della sua economia, che spaziava dalla siderurgia al tessile alla cantieristica alla meccanica, ed il conseguente improvviso e netto impoverimento di una parte del nuovo Stato unitario in favore dello sviluppo dell’altra.

“Qualunque cosa facciate, immaginate che qualcuno improvvisamente vi privi del vostro orgoglio, vi privi della ragione di essere quel che siete”. La violenza subita ad opera del Piemonte colonizzatore fu uno shock che i meridionali pagano ancora oggi e che generò una perdita continua di risorse e volontà, ancora in atto ai giorni nostri.

“Quando si subisce un forte trauma”, spiega ancora l’autore, in genere si rimane “attoniti ed incapaci di reagire”. Ed allora rimangono la violenza e la protesta oppure il malaffare, l’aggrapparsi in qualunque modo “ad un simulacro di Stato”.

La soluzione oggi dunque sarebbe la secessione? No, ma è preoccupante il silenzio che circonda la questione meridionale che è nata con (e non malgrado) l’unità d’Italia.

E non bisogna dimenticare che questo tema viene taciuto tanto al Nord quanto al Sud (che è ancora peggio). “Perché i nostri politici non levano il loro grido di protesta?”, chiede uno spettatore. “Perché sarebbe l’ultimo grido che fanno”, risponde il giornalista. Ed è la sintesi perfetta di ciò che accade in un Paese la cui politica orientata ad investire sempre e solo su una parte del Paese. D’altro canto, la connivenza della classe dirigente del Mezzogiorno è ricompensata con prebende e poltrone.

Nell’arco dell’ora e mezzo in cui si svolge la presentazione la parola “razzismo” viene sfiorata, pronunciata ma subito nascosta. Almeno questa è la mia impressione.

Fra il pubblico, l’ex direttore di Oggi, Occhipinti, legato a Pino Aprile da profonda stima ed amicizia, sembra stigmatizzare i riferimenti ad un Settentrione razzista nei confronti dei meridionali che, a suo parere, sono apprezzati e spesso ricoprono posizioni di grande prestigio in aziende del Nord. Di fatto, “Pino Aprile, essendo stato vicedirettore di Oggi quando io ero direttore, ne è la dimostrazione. Vedo piuttosto un razzismo nei confronti degli extracomunitari…”.

Qualcun’altro sostiene anche che il problema non stia tanto nelle definizioni (come “terroni” appunto) ma sia più di tipo economico.

Convinto che l’aspetto sociale abbia lo stesso peso e la stessa importanza di quello economico, a cui è inscindibilmente legato, mi permetto di dissentire. Infatti, faccio notare come nella cultura italiana (da Nord a Sud) sia ormai consolidato, checché se ne dica, il pregiudizio secondo cui i meridionali sarebbero cittadini “non vogliamo dire di B? Bene diciamo allora di A2. Siamo bene accolti e integrati? E ci credo! Lavoriamo e produciamo qui, lontani dalle nostre famiglie!”. Bisogna chiamare le cose con il proprio nome, sia esso “razzismo” o “pregiudizio”. Senza riserve, senza esagerare ma neanche minimizzare. Senza paura.

Io lo definisco “razzismo sostenibile”. Perché, anche nelle convinzioni dei settentrionali di buona volontà è spesso riscontrabile quella retorica del Nord produttivo e del Sud parassitario e vittimista. E persino una grossa fetta di meridionali è convinta che sia quasi antropologicamente corretto addossarsi tutta la colpa del proprio male. È la vittima che si identifica con il proprio carnefice.“Non siamo del tutto vittime ma neanche colpevoli a prescindere”, è la mia conclusione.

Prima di andar via, un signore mi regala una rivista che si chiama “Due Sicilie”. La sfoglio e la trovo molto interessante. Tranne la pagina in cui si pubblicizza il prossimo campionato di calcio per le “nazioni” non riconosciute. Scopro che, dopo la Padania, anche la “nazionale” delle Due Sicilie vi prenderà parte. Scuoto la testa. Non è questo il punto.


17 giugno 2009

Un uomo, un perché: Mario Giordano

Un uomo, un perché. Mario Giordano. Un po' pennivendolo, un po' comico, un po' maggiordomo, un po' avvocato difensore del Premier (uno dei tanti).
Direttore de Il Giornale capace di pubblicare, all'indomani delle elezioni Europee, una prima pagina dedicata al trionfo di Berlusconi che aveva, a dire del giornalista di regime, mandato tutti "a quel País". Ecco, nonostante il titolo, purtroppo per lui, la realtà dei fatti, che conosciamo sin dal giorno dopo le elezioni (proprio quando usciva la pagina celebrativa di Giordano), è che il Premier ed il suo partito registrano ed incassano una flessione (seppur contenuta sempre di perdita di consensi si tratta), che il PD continua la sua parabola discendente e che, al contrario, la Lega e lIDV sono più forti grazie ad un grande incremento di consensi.
Nel meraviglioso mondo di Mario Giordano (in cui Berlusconi è uno e trino), però, i segnali che arrivavano dai risultati parziali dello spoglio, già la sera di domenica 7 giugno, e che assumevano contorni molto concreti, evidentemente non avevano nessuna rilevanza. Il titolo gli sembrava bello e lui l'ha pubblicato lo stesso...quando si dice che limportante è crederci.
Ma fortunatamente lo scribacchino d'Arcore non si dedica solo a dirigere il quotidiano del suo padrone, no. Ogni tanto scrive anche dei libri, grazie a Dio. L'ultimo si intitola "5 in condotta - Tutto quello che bisogna sapere sul disastro della scuola". Lunedi 15 giugno, alla presentazione del libro, lui avrebbe voluto dirci cosa bisogna sapere sul disastro della scuola e per questo si era portato anche la ministra Gelmini e il Fedele Confalonieri...ma purtroppo gliel'hanno impedito quei "fascisti nel pubblico che sono il male del Paese" (leggasi genitori e soprattutto insegnanti dell'assemblea di Retescuole che esprimevano il loro profondo dissenso contro la distruzione della scuola pubblica ad opera della Gelmini). La dichiarazione di Giordano ai microfoni del TG5 (in pratica maggiordomi che si intervistano fra di loro) sulla vicenda è una battuta di una comicità che neanche i cinepanettoni di Natale potrebbero eguagliare: "Un paese in cui si pensa che Marx sia una barretta di cioccolato, in cui quando si parla di Tiepolo si pensa a uno dei sette nani ed in cui si crede che l'Infinito di Leopardi sia leopardare, merita 5 in condotta...". Poco prima aveva apostrofato come servi i contestatori. Loro.


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