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27 settembre 2010

Woodstock 5 Stelle: la rivoluzione di Grillo

Si respirava aria buona ieri a Cesena. Aria di una grande presa di coscienza civile. Qualche mese fa lessi dell’idea di Beppe Grillo di organizzare Woodstock Cinque Stelle, un festival con musica ed ospiti illustri che avrebbero trattato temi come ambiente, energie rinnovabili, acqua pubblica, raccolta differenziata, wi-fi pubblico e gratuito. Decisi sin da subito che avrei partecipato.
In tutto questo periodo di attesa, però, le mie aspettative, per quanto positive, erano limitate ad un evento stile V-Day, cioè un’occasione di partecipazione civile e di confronto su contenuti importanti purtroppo limitata a quella mezza giornata. Una sorta di positiva scossa alle coscienze con scarsi effetti continuativi.
Insomma i V-Day mi sembravano una casa potenzialmente bellissima, la cui costruzione però si è fermata alle fondamenta perché improvvisamente sono venute a mancare le risorse per continuare e la voglia di lavorare di gran parte degli operai. Al contrario, con Woodstock Cinque Stelle è stato costruito (rigorosamente con materiali ecosostenibili) un bellissimo palazzo che deve e può essere migliorato e rifinito. Ma stavolta la materia prima non manca e ci sono tantissimi volontari pieni d’energia pronti ad apportare il proprio “mattoncino”.
La mia partecipazione si è limitata solo alla domenica per motivi personali ma sono orgoglioso e felicissimo di essere riuscito a raggiungere l’ippodromo di Cesena, che durante lo scorso weekend è stato meta di cittadini di tutte le età, incluse famiglie ed anziani. Ma la cosa che mi ha colpito maggiormente è stata la presenza di tantissimi ragazzi di 18-20 anni. Sì perché, lo ammetto, probabilmente per una sorta di sfiducia o conflitto fra generazioni (io sono un trentenne), ma anche per gli esempi pratici da “reality show e bella vita” di cui spesso mi capita di essere testimone, ho sempre avuto qualche riserva sul livello di interesse per il proprio futuro dei ragazzi di quell’età. Ieri le mie perplessità si sono trasformate in speranza.
Sul palco della nuova Woodstock si sono alternate le performance di gruppi più o meno famosi e le testimonianze, dal vivo o filmate, di oratori e specialisti di rinnovabili, acqua, economia, ambiente, informazione. C’era persino una parlamentare islandese, Birgitta Jonsdottir, eletta grazie alla rete che nel suo Paese (l’Islanda si è recentemente candidata a diventare il Paradiso del Web) gode di una situazione legislativa e di diffusione radicalmente opposta alla nostra. Ho avuto anche modo di scambiare due chiacchiere con lei. “Questa manifestazione è bellissima, spero però che sempre più gente possa prendere coscienza dell’importanza di certi temi…” le ho detto. “Ma siete tantissimi e ci sono tanti semi piantati…”, è stata la sua risposta. Che è anche la speranza di tutti.
Sul palco della due giorni di “Pace, musica e futuro” c’era ovviamente anche il promotore. Grillo interveniva ogni tanto, con la consueta ironia e verve per chiarire alcuni concetti sulla natura e le intenzioni del Movimento: “la democrazia in Italia non c’è più, noi siamo un movimento di proposte”, “siamo i pazzi della democrazia”, “siamo i veri rivoluzionari, andremo in Parlamento”.
E gli argomenti trattati sul palco hanno avuto anche la loro immediata applicazione concreta. Per esempio, la minuziosa organizzazione messa in atto per riciclare tutti i rifiuti (non c’era una sola cartaccia sul prato), oppure  la possibilità di bere l’acqua da un serbatoio collocato apposta in uno dei punti del parco. Ed ancora, negli appositi punti di ristoro, venivano preparati e venduti solo prodotti locali. Mentre constatavo, meravigliato, con quale semplicità e, nel contempo, successo certe cose si possano mettere in pratica e ripetevo a me stesso “ma allora si può fare”, mi sentivo in pace con la purezza della natura.
Nel migliore dei casi, i detrattori di Grillo lo accusano di essere “l’antipolitica” perché il Movimento non è disposto a scendere a compromessi con nessuno schieramento (“non siamo né di destra né di sinistra, noi siamo sopra”), ma lui risponde di essere pronto ad allearsi “solo con i cittadini” perché “i partiti sono morti, noi siamo vivi, siamo idee che viaggiano”. Un invito finale il comico genovese lo fa a coloro che sono stanchi di questa politica, che a causa del denaro “è diventata merda”, ma scettici: data la pessima realtà in cui viviamo, con i soliti noti che ci rubano il futuro da decenni, “perché non provare a cambiare? Cosa avete da perdere?”.


2 febbraio 2010

Milano contro la privatizzazione dell'acqua

Ieri sera, 1 febbraio 2010, presso la Camera del Lavoro di Milano, si è svolta la “Grande serata in compagnia dell'acqua! (Contro la sua privatizzazione)”. Un’iniziativa nell’ambito della campagna “Salva l’Acqua” promossa dal Comitato Milanese Acquapubblica – Comitato Italiano Contratto Mondiale dell'acqua – Camera del Lavoro di Milano.

Le premesse e le ragioni dell’evento venivano così riassunte nel manifesto che lo annunciava: “L’acqua! Quella che esce tutti i giorni dai rubinetti, nelle nostre case, indispensabile alla vita, è un diritto umano! Oggi a Milano, come in quasi tutta l’Italia, questa acqua è pubblica e di ottima qualità! I nostri governanti han fatto una legge per privatizzare l’acqua di tutti, cioè per rubarcela e regalarla alle multinazionali! Ma noi la vogliamo difendere dalla speculazione privata, dall'inquinamento, dallo spreco, perché così difendiamo noi stessi! Contro questa legge, per liberare l’acqua dalla morsa del mercato e del profitto c’è anche la possibilità di un referendum!”.

La legge a cui si fa riferimento è il decreto Ronchi, licenziato prima al Senato e poi definitivamente alla Camera lo scorso 19 novembre 2009 con 302 voti favorevoli e 263 contrari, consentendone così la conversione.
In particolare nell’articolo 15 del decreto legge si ribadisce come la proprietà dell’acqua sia pubblica ma nel contempo si determina come entro il 31 dicembre 2011 tutte le gestioni in house (cioè strettamente controllate dall’ente locale) debbano decadere, a meno che entro questa data la società che gestisce il servizio non sia per il 40% affidata a privati. In pratica si obbligano gli enti locali a mettere sul mercato l’ acqua.

Una situazione paradossale ed in controtendenza rispetto a quanto avviene in altri Paesi ed in altre grandi città. Nello specifico, Giovanna Procacci del Comitato Milanese Acquapubblica ha ricordato come, dopo l’esperienza fallimentare della privatizzazione, a Parigi ad esempio la gestione dell’acqua sia tornata nuovamente pubblica. E a tal proposito, ha annunciato che verrà organizzato un incontro fra Anne Le Strat, vicesindaco della capitale francese, ed i vertici del capoluogo lombardo.

Da Palazzo Marino e dal Pirellone, non è finora pervenuto alcun segnale da parte di Letizia Moratti e Roberto Formigoni. La Procacci ha però evidenziato con evidente preoccupazione come qualche anno fa il sindaco si fosse già espresso favorevolmente sull’eventuale privatizzazione del servizio. Poi tutto cadde nel dimenticatoio e da allora non si registrano più notizie né dichiarazioni di sorta.

Che nel nostro Paese tiri una brutta aria è quanto ribadito dal successivo intervento di Moni Ovadia. Estremizzando il concetto, l’artista ha provocatoriamente incluso la privatizzazione dell’acqua in quel processo di annichilimento della vita umana e dei diritti fondamentali dell’individuo che ormai da tempo le oligarchie del nostro Paese, e più in generale del mondo, stanno progressivamente applicando “in questa scorza che è la democrazia moderna”. Una testimonianza che spazia dalla situazione socio-politica italiana a quella internazionale, in cui piccole lobby gestiscono il potere sempre più spesso incuranti del bene dei cittadini comuni. Il voto, secondo Ovadia, in una democrazia autoritaria come quella italiana, in cui destra e sinistra si confondono in un unico gruppo di interessi, “non cambia nulla. Bisogna tornare in piazza. C’è l’urgenza di costruire un nostro movimento”. E internet, come dimostra l’esperienza del popolo viola, può essere un ottimo veicolo di presa di coscienza ed aggregazione. Ma “bisogna studiare ed informarsi, investire sui giovani” per cercare di uscire dal baratro in cui il regime mediatico italiano ha spinto la gente.

Fra i contributi video previsti per la serata, spiccano quelli dei comici Paolo Rossi e Flavio Oreglio che, affrontando con la solita verve un argomento estremamente serio, sono riusciti a strappare qualche risata al pubblico intervenuto.


Particolarmente interessante la testimonianza di Emilio Molinari. Il business dell’acqua è un problema globale tanto che, come ha avuto modo di ricordare il politico milanese, in occasione del quinto Forum mondiale dell’acqua, svoltosi ad Istanbul a marzo dello scorso anno, i paesi lì riuniti (Italia inclusa) “non sono riusciti a riconoscere che l’acqua è un diritto fondamentale universale dell’umanità, lo hanno definito un bisogno, e ciò è estremamente preoccupante”. Ne viene fuori un quadro sconcertante: foto satellitari provavano che navi cisterne cinesi rubavano l’acqua del Rio delle Amazzoni. “Chiesi: perché non li denunciate? Mi risposero: perché non ci conviene, è meglio stabilire prima il prezzo al barile dell’acqua grezza e poi, piuttosto, vendergliela”.

Dati alla mano, nelle città dove la privatizzazione dei servizi idrici è già in atto, come Roma o Bologna, si arriva fino a un 35% di perdite d’acqua a causa del peggioramento nella manutenzione della rete ad opera dei privati.

Diminuisce la cura, ma aumentano i costi (e forse, solo se toccati nel portafoglio, i cittadini reagiranno). In alcune città si è registrato addirittura un rincaro del 300%, come ha avuto modo di dimostrare il programma Report.
Una fondamentale battaglia civile per il diritto all’acqua pubblica, che bisogna assolutamente combattere. Come quella per garantire la libertà di espressione ed opinione. All’uscita c’è Piero Ricca da cui apprendo che i ragazzi di Qui Milano Libera stanno organizzando, per il 13 febbraio, un’incontro di riflessione e di protesta contro il decreto Romani e la censura che lo stesso intende applicare a internet. È in gioco il nostro futuro, non c’è dubbio.




1 settembre 2008

SANITA' PUBBLICA, INTERESSI PRIVATI

 In Italia l'attesa per un esame specialistico è spesso lunghissima. Talmente lunga che rischi di dimenticartene.
Devo fare una risonanza magnetica, ho l'impegnativa del mio medico di base ma, dalle prime informazioni raccolte, pare che mi debba mettere l'animo in pace ed attendere tempi migliori. C'è chi parla di mesi. Pare che, per esempio, alcuni ospedali di Milano abbiano delle liste d'attesa di un anno e mezzo.
Ora mi chiedo: se ho un problema fisico che col tempo potrebbe solo peggiorare, che dovrei fare da qui a un anno e mezzo? Rischiare un'evoluzione negativa del problema e magari arrivare troppo tardi per una soluzione più semplice? O stare preventivamente fermo fino a quando farò l'esame e poi magari scoprire che in realtà non era così grave?
E questo ovviamente non dovrebbe valere per quelle patologie gravi che necessitano di un'azione urgente. Infatti mi auguro e spero che non sia la stessa cosa per i malati di cancro o di malattie affini che richiedono un abbattimento dei tempi d'attesa dato che la posta in gioco è ben più alta.
Che sia una questione di vita o no, comunque, ad uscirne con le "ossa rotte" sono sempre i poveri pazienti. Di fatto, ormai si ricorre sempre più spesso a centri e a medici privati per non cadere negli abissi di attesa a cui il degente viene condannato dalla sanità pubblica.
Risultato analogo si ottiene spesso quando ci si deve sottoporre ad un intervento chirurgico. Ricordo che per un'operazione ai legamenti del ginocchio, nel 2003 dovetti farmi visitare privatamente dallo specialista, pagare profumatamente le varie sedute di controllo e poi fui inserito nelle liste dell'ospedale in cui lo stesso medico mi operò. Ovviamente avrei potuto attendere. Non avreio pagato alcuna visita privata e mi sarei messo pazientemente in fila, ma il mio ginocchio non sarebbe stato molto d'accordo. Dover ricorrere al privato (e pagarne anche le salate fatture) per poter usufruire più velocemente di un servizio pubblico. Sembra un controsenso ma è così che funziona.
Altro esempio. Un mio amico ha dei calcoli ai reni, credo. Fra un esame e l'altro dovrà spendere circa 600€. Altrimenti potrebbe anche mettersi in lista d'attesa e sperare che non succeda nulla prima. Naturalmente il mio amico ha già iniziato a pagare e fare privatamente gli esami necessari.
E chi non può pagare? Mi chiedo se non sia il caso di pensare seriamente a una soluzione per evitare un paradosso del genere. Se è ancora vero che prevenire (o intervenire subito) è meglio che curare (quando ormai la situazione è grave o irrecuperabile), ovvio.



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