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23 novembre 2009

Il compagno Fini e il branco di lupi famelici

Dopotutto ha semplicemente detto la verità. “Chi vi fa pesare il fatto che abbiate la pelle di un altro colore o vi dice che siete diversi, è uno stronzo”. Ha solo chiamato le cose con il loro nome.

Ma ultimamente qualunque cosa dica il “compagno” Fini che si discosti anche solo minimamente dal pensiero monodirezionale ed uniformato dei berlusconiani del PDL o, come in questo caso, dagli alleati della Lega, è “rivoluzionario”, avvisaglia di “crisi di governo”, sintomo di una “rottura imminente”, di uno “strappo” non ricucibile che finalmente farà cadere Berlusconi. Complotto. Speranza.

Frustrazione. Sì, è avvilente constatare come in più di un’occasione nel corso di questi quindici anni un politico, tutto sommato credibile e preparato (il che di questi tempi non è poco…), si sia “prostituito”, mettendo spesso da parte la propria cultura, la propria sensibilità politica ed il proprio spirito civico per accomodarsi su una confortevole poltrona all’ombra del monolite berlusconiano. Ed ogniqualvolta il Presidente della Camera dimostri di poter stare dalla parte della legalità e del buonsenso, oggi con una commento, domani con una dichiarazione di intenti, la frustrazione si acuisce. Logicamente non perché chi scrive stia dalla parte dell’illegalità e del berlusconismo imperanti, piuttosto perché non riesce a capire (o meglio “ad accettare”) il compromesso anche a costo di perdere la propria dignità.

E Fini proprio questo ha fatto. A più riprese, durante questi lunghi anni di sodalizio con Berlusconi, si è svenduto per garantirsi il potere. Ma la sua coscienza repressa non poteva non venire fuori, a più riprese, prima di essere puntualmente e nuovamente messa a tacere  in nome di un bene maggiore (almeno in apparenza). Come scordare la faccia (scolpita per sempre nelle immagini) di quell’uomo che a stento riusciva a credere al vergognoso teatrino proposto al Parlamento Europeo dal Premier nel 2003 (“siete turisti della democrazia!”)? L’ex leader di AN se ne dissociò subito ma alle critiche ed ai musi lunghi non seguì alcuna azione concreta e tutto tornò nei ranghi del regime.

Per non parlare delle esternazioni di fine 2007 quando al governo c’era il centro-sinistra: “Berlusconi con me ha chiuso, non pensi di recuperarmi, io al contrario di lui non cambio posizione. Se vuole fare il Premier deve fare i conti con me, che ho pure vent’anni di meno. Mica crederà di essere eterno... Lui a Palazzo Chigi non ci tornerà mai. Per farlo ha bisogno del mio voto, ma non lo avrà mai più. Se vuole tornarci, ci vada con Veltroni”. Ecco, a parte il fatto che poi il consiglio Berlusconi lo seguì letteralmente (tornare al governo “con Veltroni” che fece di tutto per delegittimare il governo Prodi e “riconsegnare” il Paese all’uomo venuto da Arcore), di fronte a certe parole neanche il più grande degli indovini avrebbe potuto prefigurare il mesto scioglimento di Alleanza Nazionale ed il patetico ingresso dei suoi membri nel partito unico annunciato da un Berlusconi inebriato dalla folla, nel novembre di quello stesso anno, in Piazza San Babila a Milano (senza che nessuno degli alleati lo sapesse fra l’altro).

Sono solo due eclatanti esempi di un déjà vu che abbiamo vissuto troppe volte, come detto. Un uomo politico dalle due facce, Fini. Leader di un partito traghettato dal post-fascismo alla destra laica e democratica, insofferente all’alleanza di governo con un partito xenofobo come la Lega e lontano dalle logiche di sudditanza e totale identificazione con il capo tipiche dei berluscones, da una parte. Compiacente e silente Ministro degli Esteri o Presidente della Camera e firmatario della “legge Bossi-Fini” sull’immigrazione, dall’altro.

Ha senso? Per un comune cittadino, no. In politica, invece, dove la poltrona conta molto più della coerenza e della dignità, è del tutto “logico”. L’accettazione dell’ultima probabile legge ad personam (“processo breve”) da parte del “compagno” Fini, dopo le recenti forti prese di posizione sul rispetto delle istituzioni che gli avevano valso tale epiteto da parte dei colonnelli di Arcore, ne è solo un’ulteriore conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno. Dico agli elettori che non c’entro nulla col branco di lupi famelici al potere ma poi corro a cibarmi anch’io della carcassa del Paese che le stesse belve stanno azzannando.

L’inciucio fra oppositori, ma anche fra compagni di partito di correnti diverse, è sempre dietro l’angolo. Una grande tradizione italiana.


21 settembre 2009

BRUNETTA ATTACCA LA SINISTRA. MA NON DOVREBBE RINGRAZIARLA?

Mentre la barca del PD affonda inesorabilmente, Brunetta (sì proprio quello lì, il Ministro della permalosità, della frustrazione e dei proclami sulla Pubblica Amministrazione) scarica un po’ della sua insoddisfazione personale (perché altrimenti spiegatemi perché è sempre così acido!) sulla sinistra “elitaria e parassitaria che prepara il colpo di Stato”. Ora, sull’elitaria e sul parassitaria, potremmo anche essere d’accordo, ma è il colpo di stato del quale vaneggia Brunetta (in perfetto stile Berlusconi) che lascia un po’ perplesso questo umile cittadino. Cioè non me li vedo D’Alema, Fassino, Bersani e tutti gli altri a complottare per far cadere il governo. Non ne sembrano capaci, è questo il punto. Perché gridare “al lupo! al lupo!”, se il lupo è al massimo un cane malato e moribondo, dunque? Solita storia: spostare l’attenzione dei media (ed eventuali domande che…ehm…no, domande non ne sarebbero comunque arrivate, come non detto…) da temi seri come la crisi che sta divorando il Paese e rovinando la vita di milioni di lavoratori a polemiche “di così basso livello”, come le definisce Donadi dell’IDV. Questa “elite di merda vada a morire ammazzata” , tuona il piccolo duce della funzione pubblica. La risposta più bella alle dichiarazioni del ministro tascabile, però, bisogna ammettere che l’ha regalata Dario Franceschini, attuale segretario del PD nonché uno dei candidati di ottobre per la leadership del partito: "I soliti insulti di Brunetta mi hanno confermato nella convinzione che l'unica 'Brunetta' che merita rispetto è quella dei Ricchi e Poveri".
E a dire il vero, mentre il governo “gestiva la crisi” ed il PD latitava (“non abbiamo visto l'opposizione”, prosegue Brunetta), Franceschini un minimo segno di vita lo faceva registrare, con quella parvenza di capo dell’opposizione che, pur non essendo molto, almeno sembrava meglio di quel “dialogo con lo statista illuminato”, che aveva cercato sin dall’inizio Veltroni prima di rendersi conto che forse, ma forse, Berlusconi non era cambiato affatto. Dialogo? Certo, purché unidirezionale.
All'orizzonte di questa sinistra, però, non sembra esserci un'isola su cui approdare per salvare la barca che affonda. Ci sono, invece, i soliti noti grazie ai quali esiste Berlusconi. E se esiste Berlusconi, esiste anche Brunetta. Per cui, mi chiedo: perché non li ringrazia invece di attaccarli? Ingrato di un ingrato...


17 febbraio 2009

CAPPELLACCI, LA SARDEGNA E L’INVASIONE DEI CLONI SFIGATI

Cappellacci è il nuovo Governatore della Sardegna. Il PD è stato pesantemente sconfitto (di nuovo). Gli esponenti del PDL riservano ai colleghi del PDmenoelle (mai definizione fu più azzeccata) battute di scherno. E come dargli torto? Il Partito Democratico perde ovunque, come una nave che lentamente, ma inesorabilmente, sta affondando. E con (de)merito, direi.

La vittoria di Cappellacci (chi???) in Sardegna fa parecchio riflettere. Intanto perché si tratta di una vittoria di regime, nel senso che la campagna elettorale è stata condotta in prima persona dal Presidente del Consiglio con mezzi di Stato e l’appoggio della stampa tutta, prona e compiacente come sempre. Silvio volava in Sardegna, parlava per ore alla folla, poi lasciava a Cappellacci (chi???) giusto quei quindici minuti ma “fai in fretta che dobbiamo andare”. Il TG5, per esempio, non più tardi di giovedi scorso lanciava un servizio “imparziale” sulle imminenti elezioni regionali. Il giornalista di regime in versione sarda intervistava Cappellacci (chi???) e poi “ queste sono, invece, le dichiarazioni del candidato del PD, Renato Soru…” con il “simpaticissimo” leader del centrosinistra sardo che declinava l’invito a rispondere alla domanda “voi cosa proponete per la Sardegna?” rimandando il tutto, semmai, a dopo la registrazione di una fantomatica trasmissione televisiva a cui si stava recando. Insomma, trappola mediatica nella quale Soru, portatore della ridicola arroganza tipica della sinistra perdente (D’Alema docet), si è buttato a pesce…

E poi c’è l’inevitabile considerazione sul carrozzone del Partito Democratico: un po’ dialogante, un po’ oppositore; un po’ cattolico, un po’ laico; spesso con Casini ma pochissimo con Di Pietro; inesorabilmente beccato con le mani nel sacco, ad inciuciare con i faccendieri a Napoli e poi pronto a fare l’occhiolino al Cavaliere su riforma della Giustizia ed intercettazioni. Insomma, gli esponenti del PD sembrano dei “cloni sfigati” di quelli del PDL. L’unica differenza (ed è davvero l’unica!) fra i due gruppi è che quelli vincono, questi invece perdono (sempre).


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