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29 maggio 2012

#No2Giugno. No Napolitano.





"Dedicheremo le sobrie celebrazioni del 2 giugno al ricordo delle vittime del terremoto di questi giorni, al dolore delle famiglie, alla sofferenza delle popolazioni colpite. Le dedicheremo soprattutto a un rinnovato appello alla solidarietà nazionale e alla necessaria mobilitazione delle forze dello Stato e della società, nella certezza che possa valere l'esempio e rinnovarsi l'esperienza della straordinaria prova di coraggio e di volontà di rinascita di cui e' stato teatro il Friuli nel drammatico 1976". Giorgio Napolitano, Presidente della Repubblica dei partiti italiani, un Paese ormai irrimediabilmente scisso dall'Italia.

21 gennaio 2012

Bertolaso senza vergogna: "Bastava un'app da due euro per evitare tragedia"


Naufragio Concordia, Bertolaso: "Bastava un'app da due euro per evitare tragedia". Come ci hanno insegnato lui e la Grandi Rischi a L'Aquila. Il problema in Italia è che bisognerebbe riscoprire il senso della vergogna, perso ormai del tutto e da troppo tempo.

29 maggio 2011

Lo faccio io lo spot a Trenitalia per i 150 anni dell'Unità d'Italia!

Ho visto in TV questo meraviglioso spot in cui ci sono viaggiatori felici che pagano pochissimo per andare dove vogliono con Trenitalia arrivando in perfetto orario. E sono tutti entusiasticamente soddisfatti!

Bene, ho pensato di correggerlo leggermente...


19 maggio 2011

Mega-flop Sgarbi: la sua autocelebrazione non fa ascolti e la Rai sospende il programma

Nella prima (ed unica) puntata del suo nuovo programma, Vittorio Sgarbi attacca a testa bassa alcuni giornali, fra cui Il Fatto Quotidiano e Repubblica, definendoli "falsari".

Il sindaco di Salemi era furioso per le notizie su Giuseppe Giammarinaro, detto "Pino terremoto", politico locale dalle amicizie quantomeno dubbie, il quale avrebbe esercitato un controllo sul Comune amministrato da Sgarbi. Ma lui intima: “Non consentirò ai magistrati di umiliare Salemi [...] Quello che avete letto dà la sensazione di essere una macchina costruita per ostacolare la mia trasmissione. La mia è l’unica versione, non sono un mafioso e non frequento mafiosi”.
E Sgarbi ne ha anche per Oliviero Toscani, ex assessore della cittadina siciliana, reo di aver parlato, per primo, del malaffare a Salemi.
Tutti contro di lui, tutto studiato a tavolino da una sorta di intellighenzia della carta stampata per affossare il suo programma e non farlo andare in onda…ma a quello in realtà ci hanno pensato gli ascoltatori.

Il titolo della trasmissione è già un buon punto di partenza, in questo senso: “Ci tocca anche Vittorio Sgarbi… Or vi sbigottirà”. Il tema della prima puntata sarebbe il padre, ma Sgarbi si dedica principalmente all'autocelebrazione e all’autocompiacimento.

Ed è un flop probabilmente annunciato ma che è costato caro: ben 1,5 milioni di euro ("Chi l’ha visto", che ne costa 85.000, ha registrato il doppio dello share).
Il conduttore, nella conferenza stampa successiva all’annuncio della sospensione, se la prende con il pubblico che, a suo dire, non sarebbe in grado di recepire la cultura. Ma sembra piuttosto che l’anchorman, spesso ospite di programmi della televisione pubblica e privata perché i suoi modi e le sue uscite aumenterebbero l’audience, in realtà abbia proprio stufato con la sua aggressività caciarona che non ammette critiche o dissensi. Ancor di più se usa la prima serata della rete ammiraglia della RAI per parlare di sé.

La lettura dei dati d’ascolto porta ad un semplicissimo ragionamento: i monologhi di Saviano (che Sgarbi definisce “compiaciuto nel rappresentare un’Italia brutta”) suscitano l’interesse del pubblico e fanno il record di ascolti. Quelli di Sgarbi non se li fila nessuno…
Soprattutto la strana storia dei pesi e dei contrappesi televisivi spacciata per “par condicio” ancora una volta non regge. Se c’è Santoro che viene seguito da milioni di telespettatori, sperano di offuscarlo o contrastarlo piazzando Ferrara dopo il TG1 ma vengono prontamente smentiti da numeri impietosi. Poi Sgarbi che, respinto al mittente quando Masi cercava di imporlo a Santoro come contraltare a Marco Travaglio, annuncia di voler battere l’audience registrata per “Vieni via con me” di Saviano. E sappiamo com’è andata a finire.

La dolce sensazione è che piano piano la fortezza del sultano si stia sgretolando. Forse sperare che gli italiani si stiano svegliando dal sonno in cui sembrano essere crollati nell’ultimo ventennio è troppo. Ma…


15 marzo 2011

"Nucleare sicuro, è la prova del nove", parola di Oscar Giannino

Sabato 12 marzo, quando erano passate poche ore dal devastante terremoto in Giappone, seguito da un tremendo tsunami, Oscar Giannino pubblicava un editoriale su "Il Messaggero" dal titolo "Nucleare sicuro, è la prova del nove".

Con chirurgica precisione, poco dopo l'uscita del quotidiano nelle edicole, si materializzava il (fondatissimo) terrore nucleare con le notizie che arrivavano dalla centrale di Fukushima.

L'improvvisato "esperto" Oscar Giannino forse dovrebbe fare pubblica ammenda per la faciloneria con cui lui (come tanti altri) si erge ad esperto di una materia che bisognerebbe lasciare a chi è veramente preparato e qualificato per parlare dell'argomento.

Ma in Italia è chiedere troppo...


26 febbraio 2011

Spot Forum Nucleare Italiano (bloccato perché ingannevole) vs spot Greenpeace

Il 22 febbraio 2011, il Giurì dell'Autodisciplina Pubblicitaria ha chiesto il blocco della messa in onda dello spot promosso dal Forum Nucleare Italiano e trasmesso a dicembre su tutte le televisioni nazionali.

Lo spot, ritenuto "ingannevole", usava la metafora della partita a scacchi in cui due opposte visioni si affrontano: una favorevole al nucleare e l'altra contraria.
L'intenzione apparente era quella di promuovere un dibattito aperto e spregiudicato sul tema nucleare. L'inganno reale era invece che lo spot cercava di pilotare un'opinione precisa creando un pregiudizio pronucleare.

Mettiamo a confronto il video con quello di risposta prodotto da Greenpeace e diffuso via internet.


24 dicembre 2010

Natale a casa: il consueto viaggio della speranza con le FS

Prendere un treno da Nord a Sud per tornare a casa a Natale è sempre un’esperienza (negativa) di vita. Una prova durissima da superare per ottenere il premio di passare le feste con i propri familiari. E devo dire che le ultime volte mi era andata piuttosto bene. Troppo caotici gli aeroporti in questo periodo, troppo incerte le condizioni meteo per non rischiare la cancellazione del volo. Il treno, da questo punto di vista è leggermente più sicuro. Di fatto, l’anno scorso, nonostante la neve, per quanto mi riguarda, filò tutto liscio. Troppa grazia, appunto...

Alle 14 del 23 dicembre salgo puntuale sul Freccia Rossa che da Milano mi porterà a Roma. Sono abbondantemente in anticipo per la coincidenza del treno notturno, partenza alle 22.25 per Villa San Giovanni. Ci mettiamo in marcia con 15 minuti di ritardo perché “una porta non si chiude”. E se il buongiorno si vede dal mattino...
Ad ogni modo, il costosissimo convoglio arriva puntuale. Alle 17 entriamo in Stazione Termini.
 
Ora, la lunga attesa della coincidenza non sarebbe pesante. Quattro chiacchiere con l’amico che da Roma viaggerà con me verso la Sicilia, un caffé, un’occhiatina ai negozi. Non sarebbe pesante se non fosse che non c’è una sedia che sia una dove potersi sedere senza dover comprare o consumare per forza qualcosa. E quindi il tempo lo passi fra il bar e il McDonald’s. Oppure ti accomodi per terra.
 
Quando prenotai il mio biglietto, qualche settimana fa, mi meravigliai del fatto che esistessero ancora le famigerate “cuccette a 6”, che non prendevo ormai da anni. Ma, complici la consueta incertezza e la vergognosa incuria con cui le Ferrovie gestiscono il “servizio” (ed è una parola grossa) nel Centro-Sud, dovetti accontentarmi perché non c’era altro. Prendere o lasciare.
 
Raggiunto il nostro vagone, ci troviamo di fronte alla solita marea di persone e bagagli che cercano di incastrarsi fra di loro. E in questi casi ti chiedi sempre come sia stato possibile concepire questi veri e propri “carri bestiame”. La risposta, fra una maledizione lanciata a mezza bocca contro l’a.d. dell’azienda, Moretti, e la fatica di trascinare la valigia che sbatte contro gli ostacoli che si frappongono nel corridoio, è sempre la stessa: “ci trattano come animali, a Trenitalia non gliene è mai fregato un cazzo di noi” (leggasi “i meridionali”).
 
Sono passati 20 minuti e non siamo ancora partiti. Ci si comincia a interrogare su cosa sia potuto succedere. La risposta ce la da un cuccettista che fa il ganzo: “mancano le lenzuola e mi hanno detto che non le porteranno. Il capotreno comunque mi ha riferito che c’è la possibilità, se non volete partire, di scendere e farsi rimborsare il biglietto”. Ha capito le FS? Ti danno anche la possibilità di non partire e rimanere a Roma la notte prima della vigilia di Natale! Equo, no? Ora indovinate quanta gente è scesa invece di dormire sui sedili sporchi del carro bestiame!
 
Si parte (probabilmente hanno trovato il carbone per azionare la locomotiva). Siamo in sette. Una madre con due bambini, una coppia, e poi io ed il mio amico. Il bambino piange, la piccola vomita per il freddo. Il bagno è una latrina putrida. Quando siamo quasi a destinazione, il mio compagno di viaggio protesta con il cuccettista (che avrebbe dovuto regolare almeno il riscaldamento) ma questi si arrabbia e gli risponde bruscamente: “senta, a me sembra di essere stato anche simpatico ma Lei deve stare calmo!”.
 
A Villa San Giovanni ci tocca traghettare a piedi. Insieme a noi scende una fiumana di altri passeggeri tanto che il treno prosegue quasi vuoto verso Reggio Calabria. Sono tutte persone con il nostro stesso problema: essere siciliani ed “usufruire” di treni (vecchi, lenti e sporchi) messi a disposizione con il contagocce.
Trasciniamo le valigie sul traghetto (scale mobili perennemente guaste e ascensore che funziona a tratti). Andiamo al bar a fare colazione. Bisogna attendere un po’ perché c’è un unico impiegato che fa gli scontrini, prepare i caffé e distribuisce i cornetti ma almeno ne vale la pena.
A Messina aspettiamo più di un’ora che arrivi un treno partito da Milano la sera prima (che strano, è in ritardo...) e che proseguirà verso Palermo. Nel frattempo l’annuncio del ritardo risuona ogni 5 minuti con un aumento proporzionale dei tempi di attesa. Arriva il treno, con un’aggiunta di 60 minuti abbondanti rispetto a quanto indicato nella tabella di marcia. Il rischio di passare la vigilia in stazione sembra scampato. Distrutti ma comunque sorridenti per l’amore che ci lega alla nostra terra, trasportati sulle rotaie borboniche sui cui ancora viaggiano i convogli, ci apprestiamo a passare il Natale con i nostri cari.

1 dicembre 2010

Medio-Oriente: “la gente vorrebbe solo poter vivere in pace”

Mi trovo a Dubai per qualche giorno, fuggito dal freddo di Milano per riparare sotto il sole che splende con ben 27° di massima qui negli Emirati Arabi.Purtroppo la mia non è una vacanza ma una trasferta di lavoro. Ma tant’è, maglio che stare nel ghiaccio e nella neve del Nord Italia, no?

Dopo una faticosa giornata, dunque, sono andato con un amico a godere di un po’ di meritato relax in uno dei locali tipici in cui si fuma la shisha. Ora, per chi non lo sapesse, è meglio premettere subito che la sostanza fumata non è né una droga né un tipo di tabacco (ma su quest’ultima affermazione non ci metterei la firma). Si tratta di aromi (io scelgo sempre quello all’uva) che vengono somministrati mediante un apposito tubo alle cui estremità ci sono, da una parte, un’ampolla d’acqua, sulla cui parte superiore poggia una sorta di posacenere che contiene dei carboncini ardenti, e dall’altra un boccaglio monouso che viene sostituito per ogni fumatore.
Fumare la shisha è una tradizione araba ed un momento di incontro con gli altri durante il quale si chiacchiera del più e del meno. Un po’ come passare al bar e bere una birra con gli amici prima di tornare a casa.

Ayman è un ragazzone sempre allegro ed estremamente intelligente. Ed è uno straordinario fumatore di shisha, un vero maestro. Tanto che addirittura porta sempre con sé la sua personalissima attrezzatura, e si fa  servire direttamente lì gli aromi.
Al tavolo, oltre a noi due c’era un terzo avventore, amico di Ayman.
Credo che si impari molto di più sulla cultura dei popoli in queste occasioni che leggendo qualunque trattato sull’argomento.
Per esempio, mentre ci recavamo a destinazione, in macchina, ho scoperto che il mio amico, che io credevo libanese (più della metà della popolazione degli Emirati è straniera), in realtà è palestinese, cioè ipotetico cittadino di un ipotetico Stato che, parole sue, “non esisterà mai, scordiamocelo, Israele non ne vuole sapere”.

Ma c’è dell’altro, Ayman possiede una sorta di documento provvisorio rilasciato dal governo libanese in virtù del fatto che lui è sposato con una donna locale.
Provvisorio significa che me lo hanno concesso in attesa che io possa avere i documenti dello Stato Palestinese, quindi mai…”. O meglio, lui sa che rimarrà per sempre (o per lunghissimo tempo ancora) “provvisorio”. E mi spiegava, con la sua solita verve, le difficoltà per poter ricevere il visto e viaggiare, per esempio, in Germania: “a mia moglie hanno concesso il visto in tre giorni, a me in sei settimane…e il mio ‘passaporto’, perché in realtà non lo è, è una sorta di libretto più grande di un passaporto normale dove gli Stati esteri si rifiutano di applicare un visto. Di fatto al massimo mi consegnano un foglio esterno che devo presentare insieme al mio documento… Quando andai in Germania probabilmente non avevano mai visto nulla di simile...”.

Curioso, ho cominciato a fare una serie di domande alle quali Ayman rispondeva con una simpatia che mal celava la sensazione di sentirsi sempre e comunque fuori posto: “Ed ho un amico yemenita che aveva un vecchio passaporto risalente a quando il suo Paese era ancora diviso. Qui negli Emirati glielo ritirarono sostituendolo con il passaporto locale. Tutto bene finché un paio di anni dopo, senza alcun motivo il Governo se lo riprese insieme a quello di tanti altri malcapitati, che si ritrovarono da quel momento senza alcun documento valido…Sai cosa accadde dopo? Da ventisei anni non può lasciare il Paese! Perché i suoi figli possano studiare deve pregare le autorità di firmare delle specifiche autorizzazioni. Insomma, sono apparentemente uomini liberi, lavorano, hanno un conto in banca ma non hanno uno straccio di documento che attesti la loro cittadinanza! Al massimo la patente di guida…”.

Li chiamano “i senza” e vivono tutti in una grande prigione. A questo punto, ad un mio accenno alle piccole similitudini con la storia di The Terminal, il film di Tom Hanks, il mio amico, con il suo vocione divertito, esclamava: “Film? Ma qui una storia identica è finita sui giornali e su tutte le televisioni!”.
Un palestinese con documenti “provvisori” egiziani si recò a studiare in Canada. Finito il corso di studi, decise di tornare in Egitto ma…“lì la legge determina che i palestinesi con documenti egiziani che siano usciti dal Paese non possano più rientrarvi! Assurdo!”.
Il povero studente dovette viaggiare per ben trentadue giorni di seguito, sballottato da uno Stato all’altro senza che nessuno gli permettesse di entrare. Anche lui, come il protagonista del film, viveva letteralmente negli aeroporti (e si lavava persino nei bagni dei terminal) in attesa di provare a partire per un'altra destinazione, nella speranza di essere finalmente accolto. Alla fine uno degli sceicchi degli Emirati gli diede un visto della casa reale (o qualcosa del genere) e la sua odissea si concluse…

Al tavolo abbiamo parlato delle contraddizioni che i popoli del medio-oriente vivono: “la gente vorrebbe solo poter vivere in pace”, mi ha detto ad un certo punto Ayman, con un’espressione un po’ rattristata. Poi mi hanno chiesto dell’Italia e di come vivono lì gli extra-comunitari. Gli ho parlato dei tanti problemi che ci sono sia per loro che per molti italiani. Gli ho parlato anche della Lega Nord.
In particolare, il ragazzo egiziano che passava di tanto in tanto per riattizzare i carboncini della shisha, non perdeva occasione per parlarmi, rigorosamente in arabo (ed il mio amico traduceva divertito). Vorrebbe venire in Italia a cercare fortuna, “magari vengo con te…”, la buttava lì ridendo.
C’è lavoro?”, mi ha chiesto ad un certo punto, diretto. La mia risposta lo ha portato a concludere: “Ok, facciamo così, mandami il curriculum e vedo se ti riesco a rimediare qualcosa in Egitto”.

 


21 luglio 2010

INTERVISTA ESCLUSIVA A MARIA VITTORIA LONGHITANO (prima donna sacerdote italiana)

La prima donna sacerdote italiana si chiama Maria Vittoria Longhitano. È siciliana, ha 35 anni ed è felicemente sposata con l’ingegner Andrea Lanza. La sua ordinazione non è ovviamente avvenuta secondo il rito cattolico tradizionale ma secondo quello vetero-cattolico. E nell’intervista che ha concesso in esclusiva ai blog TheGianlucaTV e Wild Italy, Madre Maria Vittoria parla anche dei rapporti fra le due Chiese, delle loro differenze e delle contraddizioni che, sempre più evidentemente, emergono nell’ambito della gerarchia vaticana.

Quali sono le principali differenze fra la Chiesa vetero-cattolica e quella cattolica romana?

Nella teologia non vi sono enormi differenze. Quella fondamentale è che non riconosciamo l’infallibilità di nessun essere umano, ma riconosciamo solo l’infallibilità di Dio. Quindi né del Papa né di nessun altro organismo.
Nella prassi ci sono delle differenze, che poi sono quelle che saltano all’occhio, ed una di queste sono io. Abbiamo il ministero delle donne, i nostri preti possono sposarsi, non facciamo discriminazioni fra le persone ma abbracciamo tutti coloro che vogliono aderire  e partecipare alla nostra Chiesa. Abbiamo la Open Communion: offriamo la comunione a tutti i battezzati perché per noi l’eucarestia non è concepita come premio per i più buoni ma è concepita come un “farmaco”, una “medicina”. Se uno ha bisogno di consolazione, l’eucarestia è consolazione; se uno viene come un malato, l’eucarestia è farmaco. Secondo il comando di Gesù che disse “prendete e mangiatene tutti”, non ci sentiamo di escludere nessuno né dall’eucarestia né dalla comunione ecclesiale. Nessuno è escluso in base alla razza, al sesso, all’orientamento sessuale o all’identità di genere. Tutti sono uguali davanti a Dio e quindi anche nella nostra Chiesa.

Da cosa è dipesa la tua scelta di avvicinarti alla Chiesa vetero-cattolica? Prevalentemente dalla voglia di diventare sacerdote? O anche dal fatto che ti senti più vicina a quei principi che si riscontrano nella Chiesa vetero-cattolica e mancano invece in quella romana?

È stata una riflessione profonda di base. Un ripensare l’idea di cattolicità. Come può una chiesa essere coerentemente cattolica universale se esclude metà del mondo, cioè le donne dal ministero femminile nonostante la chiara chiamata di Cristo?

Come interpreti la chiusura a priori delle Chiesa cattolica sul sacerdozio femminile?

Io potrei spiegare le ragioni teologiche. La ordinatio sacerdotalis secondo cui non c’erano apostoli fra le donne. O la famosa teoria dell’icona che dice che Cristo era maschio e quindi il sacerdozio che è immagine di Cristo deve essere maschile. Io invece credo che queste ragioni non siano valide. Cristo non si fece maschio, ma si fece uomo. Credo che le ragioni siano più che altro psicologiche. Dove c’è un’istituzione totale, organizzata in maniera molto rigida e gerarchica, qualsiasi elemento nuovo e dirompente come quello femminile scombinerebbe questo sistema tutto maschile fatto di complicità, di omertà, di cameratismo.

E i tabù in fatto di sesso e prevenzione delle malattie ad esso legate?

È un’unica radice: la sessuofobia. Nelle istituzioni totali e gerarchiche si tende al controllo della persona e la prima forma di controllo è la demonizzazione del sesso. Caratteristica di tutte le dittature è controllare la libido, l’energia sessuale delle persone sottoposte e limitarle. Questo attiene al sistema non divino ma sociologico di come sono organizzate alcune chiese. Per cui è ovvio che non si può dire “usate il preservativo, amatevi”. Gesù non aveva l’ambizione di entrare nelle camere da letto di persone che si amavano. Dio ci ha creati in modo che sappiamo regolarci benissimo da questo punto di vista.

La tua Chiesa ti sembra adeguatamente preparata per affrontare questo delicato periodo storico? E quella cattolica romana?

Come ho detto, la Chiesa vetero-cattolica crede profondamente solo nell’infallibilità di Dio. Siamo persone umane, possiamo sbagliare, abbiamo i nostri difetti. Anche noi possiamo avere delle lacune e dei problemi però abbiamo un sistema tale ed elastico per cui questi errori si possono superare con la discussione e col dialogo. Non abbiamo l’idea di un’obbedienza cieca e gerarchica. In alcune cose siamo preparati, in altre meno. Però abbiamo le premesse teologiche per uscire dall’empasse. Secondo me, ci sono delle componenti della Chiesa romana che hanno perfettamente compreso le dinamiche di questo secolo. Ve ne sono altre, soprattutto nella gerarchia, che fanno fatica ad aggiornarsi, come una macchina con dei meccanismi arrugginiti.

Come interpreti la chiusura e la copertura da parte della Chiesa cattolica romana dei casi di pedofilia che sempre più frequentemente stanno venendo alla luce?

Ritorno al discorso di prima. In una società gerarchica si crea una deformazione di solidarietà che consiste nell’idea di omertà e protezione dei suoi membri a tutti i costi. Per cui il centro non è più Gesù Cristo, il bene, il Vangelo. Il centro ed il divino quasi si identificano con quell’organizzazione. Il valore supremo è l’onore dell’organizzazione.

Chi sostiene economicamente la tua Chiesa? Come vengono gestite le risorse economiche? Che attività vengono promosse per aiutare i bisognosi?

La nostra Chiesa è esclusivamente sostenuta dai contributi dei fedeli. Non pesiamo assolutamente un centesimo sulle case dello Stato o sulle tasche dei contribuenti. Del resto San Paolo disse “chi non vuol lavorare, neppure mangi”. Non ho niente contro i fratelli e le sorelle a cui le Chiese pagano lo stipendio ma noi non riceviamo, come ministri, contributi di alcuna forma, come l’8x1000. Siamo dei volontari.

Credi che i fedeli che si sono allontanati dalla Chiesa cattolica romana, perché in disaccordo con certi dogmi da essa sostenuti o perché delusi e sfiduciati dai casi di pedofilia o di collusione con i poteri forti o l'illegalità, possano trovare "riparo" per la propria fede nella tua Chiesa?

Possiamo tutti trovare riparo in Gesù. Non so se possono trovare riparo nella nostra Chiesa. Del resto la gente non è legata ad un’istituzione. Io penso che la maggior parte della gente, in Italia, che va nella Chiesa cattolica siano dei cosiddetti “vetero-cattolici anonimi”. In questi anni sono venuti fuori vari sondaggi e si è scoperto che quasi il 75% non crede nell’infallibilità del Papa, che c’è una grande maggioranza che vuole i preti sposati e che è favorevole alle donne prete. Per cui io credo che la gente, per “comodità” o per un modo intimistico, individualistico di vivere la fede faccia questo ragionamento: “vado in chiesa, prendo quello che mi serve, non me ne frega niente di cosa pensi questa chiesa”. Insomma continuano a “consumare” nella Chiesa di origine. Credo che in Italia la coscienza su questo non sia alta però, va bene, l’importante è Gesù Cristo, non ingrossare le file di una chiesa o l’altra.

* L’intervista integrale è disponibile nei due video allegati a questo post

 


22 giugno 2010

Non è un Paese per giovani

Vincere un concorso per 107 posti di lavoro presso l’Istituto Nazionale per il Commercio Estero e non essere assunti. In Italia succede anche questo.
I malcapitati aventi diritto hanno dato vita al Comitato Vincitori Non Assunti ICE per denunciare il paradosso e dire no al blocco della rotazione, fino al 2014, previsto dalla manovra finanziaria.
Con il comunicato stampa dello scorso 16 giugno si rende evidente il disappunto e la delusione di chi ha dovuto sacrificare, per più di due anni, attività lavorative incompatibili con la preparazione del concorso e adesso si vede negato, a tempo indeterminato, un diritto conquistato con grandi sacrifici. Tutto a causa di “una manovra finanziaria che” – spiegano i vincitori – “introducendo un meccanismo di turn-over che consente alla Pubblica Amministrazione di assumere solo il 20% del personale cessato, di fatto impedisce fino al 2014 un ricambio generazionale che senza dubbio gioverebbe alla produttività del comparto pubblico”.
Gli aderenti al comitato fanno anche notare come, a conti fatti, la complessa macchina organizzativa messa in moto dal concorso pubblico bandito dall’Ente su autorizzazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri, e il successivo congelamento degli esiti della selezione, peraltro già acquisiti, “determinerebbero un elevato spreco di denaro ed energie che priverebbe la P.A. del contributo qualificato di risorse umane competenti”.
In gioco, ancora una volta, ci sono i diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione, come quello al lavoro, soprattutto se ottenuto con merito. Proprio come nel caso dei Non Assunti dell’ICE che si auspicano “che in tempi brevi si possa procedere all'assunzione dei vincitori, e degli idonei a seguito di rinunce e scorrimenti delle graduatorie”.
Non è un paese per giovani, verrebbe da dire, parafrasando il titolo di un celebre film. Il Governo del “non metteremo le mani nelle tasche degli italiani” improvvisamente si è ritrovato senza benzina. Per far funzionare il motore dell’apparato statale italiano sprecone e disorganizzato, come sempre, le prime ad essere bruciate sono le nuove risorse. Giovani leve valide e motivate, i cui sforzi vengono puntualmente mortificati dall’stinto di autoconservazione della datata classe dirigente italiana.
Ma c’è chi non si da per vinto. Valentina, una dei 107 vincitori, racconta che “dopo i festeggiamenti di rito, purtroppo ci siamo accorti che la nuova manovra economica ci blocca per chissà quanti anni!”. Da qui l’idea del comitato, costituito con alcuni colleghi “meritevoli in un Paese che purtroppo crede poco nel merito”.
È iniziato dunque un passaparola virtuale attraverso la rete ed è stato creato un blog (comitatoice.blogspot.com) nella speranza di poter dare la maggiore diffusione possibile alla loro protesta.
La considerazione è sempre la stessa. Viviamo in un Paese in cui il sistema meritocratico è un’utopia ed il clientelismo è un fenomeno diffuso ovunque, è un modo di essere. La storia dei Vincitori Non Assunti ICE è quella di molti altri cittadini che chiedono solo il rispetto della loro qualità ad uno Stato più equo. La sensazione, però, è che si trovino nel posto sbagliato.


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29 dicembre 2010 La fine dell'anno La fine dell'anno è arrivata. Il primo decennio del  XXI secolo si è concluso. Ho riascoltato i discorsi di fine anno dei nostri Presidenti della Repubblica. Qualcuno leggeva altri andavano a memoria. Gli argomenti? Disoccupazione, emigrazione, terrorismo, studenti, assassini comuni e politici.  la costanza di tali elementi  mi è ... (continua) Leggi tutto

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