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30 maggio 2011

Amministrative 2011: Berlusconi straperde il suo "referendum"

Ahi ahi ahi...

Berlusconi lo aveva annunciato e fortemente promosso come un referendum sul Governo. A suo dire, gli elettori di Milano, di Napoli e quelli di tutti gli altri centri sarebbero stati chiamati ad esprimere il proprio voto non tanto sull'amministrazione della propria città o provincia, ma sul Governo e, nello specifico, sul Presidente del Consiglio.

E la gente si è espressa in maniera del tutto netta, chiara, quasi plebiscitaria. I ballottaggi ci consegnano un'Italia che sembra stanca della leadership di un vecchietto ormai ossessionato dai propri fantasmi.

Bene, lui ha voluto dare questa connotazione all'importantissima tornata elettorale e lui adesso ne dovrebbe pagare le conseguenze. La Lega (quella della base e non quella dei piani alti ormai sinsensibile alle istanze dei propri elettori) ha già sentenziato che lo sconfitto è lui e solo lui. Ci hanno pensato il Direttore de "La Padania" ed il consigliere comunale Matteo Salvini. Uno dei coordinatori del partito, Sandro Bondi, si è dimesso.

E Silvio che fa? Dalla trasferta rumena ammette che "stavolta abbiamo perso" ma precisa di essere corso a telefonare a Bossi per capire che aria tirava dalle parti della Lega. Pare che il Senatur lo abbia rassicurato sul fatto che il "Governo va avanti". Ma per quanto?

Poi aggiunge di non avere colpe e, ovviamente, dimettersi neanche per idea. Infine l'anatema: "penso che a Napoli si pentiranno tutti moltissimo...che i milanesi preghino il buon Dio che non gli succeda qualcosa di negativo".

Nel frattempo, facendo zapping alla ricerca di approfondimenti sui risultati, mi chiedevo a che ora dessero in TV il suicidio di Mastella che, noto per la sua coerenza, dopo aver promesso l'estremo gesto in caso di vittoria di De Magistris, dovrebbe ormai essere pronto a salutare questa nostra vita terrena.


12 maggio 2010

SE TI TOGLIESSERO LA RAGIONE DI ESSERE QUEL CHE SEI? (Presentazione del libro “Terroni”, di Pino Aprile)

 

E’ stato presentato ieri a Milano, presso il circolo della Stampa, il libro “Terroni”, scritto da Pino Aprile, ex vicedirettore del settimanale Oggi.

Considerato l’argomento trattato dal giornalista, non sono mancati spunti interessanti e finanche polemici sull’annosa questione meridionale.

Terroni è un libro “provocatorio e documentato, il che è molto difficile al giorno d’oggi”, esordisce il direttore di Oggi, Umberto Brindani, seduto in qualità di moderatore al tavolo dell’autore, accompagnato anche dall’armatore Vincenzo Onorato, napoletano doc.

Prendendo spunto dalle parole pronunciate la mattina precedente dal Presidente Napolitano a Marsala, per la celebrazione dello sbarco dei Mille, Aprile pone l’attenzione sul “fermento che ribolle nel Sud in moltissime forme che non arrivano al grande pubblico, neppure a quello meridionale”. Sono sorti nel corso degli ultimi anni centinaia di gruppi dagli intenti e dalle finalità più disparate. Ci sono coloro che, con serietà e passione, cercano di far luce sulle verità storiche dell’unità d’Italia, grandi “cacciatori di documenti” relativi al Risorgimento che non hanno mai trovato spazio nei testi scolastici. Oppure ci sono “i neo-nazisti al contrario” che hanno sviluppano un sentimento antisettentrionale uguale ed opposto a quello dei leghisti puri e duri. Ma anche coloro che cercano di “convertire con spirito francescano” gli italiano del Nord. Insomma il panorama è variegato.

Ma lo scrittore sembra preoccupato quando, ricordando le parole dell’economista Gianfranco Viesti durante la presentazione di “Terroni” a Bari, ne riporta il commento:  “è un libro estremo in un momento estremo e presecessionista”. La secessione è già in atto e “chi vede i dati lo sa”, prosegue Pino Aprile.

Il pubblico in sala è prevalentemente composto da gente del Sud, emigrati per necessità e non per scelta. Ma c’è anche qualche voce fuori dal coro che, pur ammettendo le responsabilità storiche del Nord, obbietta che in centocinquanta anni, se lo si fosse voluto, al Sud si sarebbe potuto reagire per  risolvere, o quantomeno migliorare, la situazione di disagio in cui versa gran parte della popolazione.

“Terroni” analizza a fondo e risponde anche a questa obiezione. L’unità d’Italia comportò la depredazione delle risorse del Regno delle Due Sicilie, lo smantellamento della sua economia, che spaziava dalla siderurgia al tessile alla cantieristica alla meccanica, ed il conseguente improvviso e netto impoverimento di una parte del nuovo Stato unitario in favore dello sviluppo dell’altra.

“Qualunque cosa facciate, immaginate che qualcuno improvvisamente vi privi del vostro orgoglio, vi privi della ragione di essere quel che siete”. La violenza subita ad opera del Piemonte colonizzatore fu uno shock che i meridionali pagano ancora oggi e che generò una perdita continua di risorse e volontà, ancora in atto ai giorni nostri.

“Quando si subisce un forte trauma”, spiega ancora l’autore, in genere si rimane “attoniti ed incapaci di reagire”. Ed allora rimangono la violenza e la protesta oppure il malaffare, l’aggrapparsi in qualunque modo “ad un simulacro di Stato”.

La soluzione oggi dunque sarebbe la secessione? No, ma è preoccupante il silenzio che circonda la questione meridionale che è nata con (e non malgrado) l’unità d’Italia.

E non bisogna dimenticare che questo tema viene taciuto tanto al Nord quanto al Sud (che è ancora peggio). “Perché i nostri politici non levano il loro grido di protesta?”, chiede uno spettatore. “Perché sarebbe l’ultimo grido che fanno”, risponde il giornalista. Ed è la sintesi perfetta di ciò che accade in un Paese la cui politica orientata ad investire sempre e solo su una parte del Paese. D’altro canto, la connivenza della classe dirigente del Mezzogiorno è ricompensata con prebende e poltrone.

Nell’arco dell’ora e mezzo in cui si svolge la presentazione la parola “razzismo” viene sfiorata, pronunciata ma subito nascosta. Almeno questa è la mia impressione.

Fra il pubblico, l’ex direttore di Oggi, Occhipinti, legato a Pino Aprile da profonda stima ed amicizia, sembra stigmatizzare i riferimenti ad un Settentrione razzista nei confronti dei meridionali che, a suo parere, sono apprezzati e spesso ricoprono posizioni di grande prestigio in aziende del Nord. Di fatto, “Pino Aprile, essendo stato vicedirettore di Oggi quando io ero direttore, ne è la dimostrazione. Vedo piuttosto un razzismo nei confronti degli extracomunitari…”.

Qualcun’altro sostiene anche che il problema non stia tanto nelle definizioni (come “terroni” appunto) ma sia più di tipo economico.

Convinto che l’aspetto sociale abbia lo stesso peso e la stessa importanza di quello economico, a cui è inscindibilmente legato, mi permetto di dissentire. Infatti, faccio notare come nella cultura italiana (da Nord a Sud) sia ormai consolidato, checché se ne dica, il pregiudizio secondo cui i meridionali sarebbero cittadini “non vogliamo dire di B? Bene diciamo allora di A2. Siamo bene accolti e integrati? E ci credo! Lavoriamo e produciamo qui, lontani dalle nostre famiglie!”. Bisogna chiamare le cose con il proprio nome, sia esso “razzismo” o “pregiudizio”. Senza riserve, senza esagerare ma neanche minimizzare. Senza paura.

Io lo definisco “razzismo sostenibile”. Perché, anche nelle convinzioni dei settentrionali di buona volontà è spesso riscontrabile quella retorica del Nord produttivo e del Sud parassitario e vittimista. E persino una grossa fetta di meridionali è convinta che sia quasi antropologicamente corretto addossarsi tutta la colpa del proprio male. È la vittima che si identifica con il proprio carnefice.“Non siamo del tutto vittime ma neanche colpevoli a prescindere”, è la mia conclusione.

Prima di andar via, un signore mi regala una rivista che si chiama “Due Sicilie”. La sfoglio e la trovo molto interessante. Tranne la pagina in cui si pubblicizza il prossimo campionato di calcio per le “nazioni” non riconosciute. Scopro che, dopo la Padania, anche la “nazionale” delle Due Sicilie vi prenderà parte. Scuoto la testa. Non è questo il punto.


8 aprile 2010

Lavoratori: pagano sempre loro

Il mese di aprile si apre con due comunicati stampa relativi a due annosi problemi che affliggono l’Italia del lavoro. Da un lato, la CGIL Lombardia/Milano denuncia l’ennesima morte in un cantiere. Dall’altro, gli impiegati della Telecom annunciano la mobilitazione contro la crisi nera in cui versa la compagnia telefonica.

In entrambe le situazioni, ovviamente, a pagare sono sempre gli stessi soggetti: manco a dirlo, i lavoratori.

Proprio stamattina (8 aprile 2010), in un cantiere edile di Peschiera Borromeo ha perso la vita, per una caduta dall’alto, un operaio italiano di 55 anni, mentre un ragazzo kosovaro di 28 anni è rimasto ferito. Un incidente che porta a 18 il numero dei morti sul lavoro dall’inizio del 2010 nella sola Lombardia, un dato più alto rispetto allo stesso periodo del 2009.

“Nonostante la forte attenzione messa in campo dalla nuova legislazione e dagli innumerevoli protocolli d’intesa tra le parti sociali e le istituzioni…di lavoro si continua a morire”, hanno sottolineato Oriella Savoldi e Tiziana Scalco, segretarie responsabili delle  politiche salute e sicurezza della CGIL Lombardia e della CGIL di Milano.  Le due rappresentanti hanno inoltre espresso “una grande preoccupazione per la facilità con la quale ancora si trascurano e non si rispettano le regole più elementari della sicurezza nei cantieri”.

Una delle principali cause di questo drammatico andamento, denuncia il sindacato, è “la corsa al risparmio sul costo del lavoro da parte delle imprese”.  Le aziende, che mettono spesso e volentieri il profitto al primo posto, cercano di far fronte alla crisi tagliando i costi della tutela della salute e della sicurezza, considerati come secondari.

Il profitto, dunque. Ne sanno qualcosa i lavoratori di Telecom Italia che, nella loro lettera aperta ai cittadini, annunciano la mobilitazione con queste parole: “Noi ce la mettiamo tutta per darti un buon servizio, ma noi per primi paghiamo le scelte sbagliate di manager e dirigenti di investire sempre meno”. Gli stessi manager che da tempo ormai “preferiscono pagare alti dividendi agli azionisti e darsi stipendi faraonici, senza proporre una reale strategia di rilancio della nostra azienda”.

E pensare che qualche anno fa la Telecom contava oltre 120 mila dipendenti, investiva miliardi per le nuove tecnologie e poteva vantarsi di non avere debiti. Oggi il personale si è ridotto a meno della metà e l’azienda, sempre più povera e piccola, viene divisa dall’attuale management in uno spezzatino, “costituendo scatole vuote dove poi centinaia di noi possono esser oggetto di procedure di licenziamento (informatici, amministrativi, ecc.)”, spiegano ancora i lavoratori. E all’orizzonte si profilano gli “esuberi” tipici di queste situazioni problematiche: “Loro li chiamano efficentamenti, noi li chiamiamo per quello che sono: licenziamenti”.

Insomma la ruota gira sempre dalla stessa parte. Ma per quanto ancora?

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"FIRMATUTTO" NAPOLITANO COLPISCE ANCORA: VIA LIBERA AL "LEGITTIMO IMPEDIMENTO" (7 APRILE 2010)

 


25 marzo 2010

REGIONALI, UN MOVIMENTO IN MARCIA

Domenica e lunedì si vota per eleggere il nuovo Consiglio ed il Presidente in tredici regioni. La campagna elettorale si concluderà venerdì e, in mezzo ai veleni berlusconiani contro sinistra e magistratura (vero e proprio chiodo fisso e slogan elettorale del Premier) e alle candidature autolesioniste dell’opposizione (vedi De Luca in Campania), ci sono gli invisibili. Quelli che non vengono considerati da tv e giornali. Quelli che nelle tribune elettorali vengono definiti vagamente “candidato della Lista Grillo” o che nei grafici degli schieramenti in gioco pubblicati da Repubblica non sono neanche segnalati con un colore sbiadito.

Ieri sera, in Piazza Duomo a Milano, si è celebrata la Giornata Nazionale del Movimento 5 Stelle. Un Beppe Grillo in grande forma ha aperto il comizio denunciando ancora una volta la casta dei partiti, incapace e non interessata a risolvere i problemi dei cittadini, che fa di tutto per garantire l’autoconservazione.

Il sistema dei partiti sopravvive, secondo il comico genovese, grazie ai rimborsi elettorali. Ed il Movimento, in caso di raggiungimento del quorum necessario per l’ottenimento del rimborso (1%), rinuncerà a questo privilegio. Rottura con il marciume della finta democrazia italiana e riappropriazione da parte dei cittadini della vita pubblica. “Ognuno vale uno”: questa è la parola d’ordine.

Ci si chiede perché nessun artista abbracci e sostenga questa nuova realtà socio-politica. È strana, in un certo senso, la diffidenza che il mondo della cultura d’opposizione mostra nei confronti del popolo della rete, dei “cittadini con l’elmetto”, come li chiama Beppe Grillo. Luttazzi, per esempio, non ha mai nascosto le sue riserve nei confronti del comico genovese, accusato di “populismo” e di “marketing politico”. Eppure entrambi subiscono da una vita le censure di questa Guerra Civile Fredda (per dirla sempre alla Luttazzi) alimentata dal berlusconismo. Non sarebbe il caso, mi chiedo da cittadino comune, che ci si confrontasse nel merito di temi e idee e si unissero le forze per il bene comune che sono la democrazia e la libertà?

Dopo l’introduzione, la parola passa ai candidati presidente delle cinque regioni in cui si presenterà il Movimento: Campania, Emilia-Romagna, Piemonte, Veneto e Lombardia. L’ultimo a prendere la parola è proprio il candidato di casa, Vito Crimi.
La speranza è quella di portare in Regione almeno un consigliere che possa essere “terminale dei cittadini” e “controllore della casta”. Un vero e proprio ponte fra la cosa pubblica, la cui trasparenza è elemento fondamentale della democrazia partecipativa, e la gente.
Cosa dicono gli altri? I partiti maggioritari, com’era prevedibile, vanno avanti per la loro strada, chiusi nella stanza dei bottoni in cui, motivati sempre e solo dal profitto, decidono se costruire un inceneritore o cementificare un parco, attenti alla salvaguardia del sistema. Le altre realtà politiche scelgono il male minore (l’IDV alleata con il PD per non favorire Berlusconi) oppure cercano di farsi largo sgomitando fra le nuove realtà per cercare di non perdere quel poco di consenso che gli rimane.

Prendiamo la Lombardia, per esempio. Il centrodestra governa da 15 anni in cui si è assistito ad una costante perdita dei posti di lavoro, l’impoverimento della scuola pubblica, la corruzione nella sanità, il degrado ambientale e l’aumento a livelli vertiginosi dello smog. Il celeste Roberto (Formigoni) non è stato in grado di proporre nessuna soluzione efficace (si consideri, ad esempio, il modo in cui è stato affrontato il problema del traffico e del conseguente inquinamento). D’altro canto, è difficile individuare la differenza fra il programma di Formigoni e quello di Penati. Quest’ultimo si è infatti reso protagonista di un sostegno acritico all'Expò, ha rifiutato di mantenere pubblica la gestione dell'acqua, è rimasto in silenzio di fronte al sistema clientelare nella sanità, ha accettato passivamente il finanziamento occulto delle scuole private a scapito di quelle pubbliche, si è speso in parole di elogio alle ronde padane…

Bene, cosa fa la Sinistra radicale per promuovere le proprie candidature? Attacca i grandi partiti (comprensibile) e, in un gioco al massacro, cerca di sminuire anche chi sta dalla loro stessa parte della barricata. Un comunicato che gira via mail da parte della Federazione della Sinistra recita: “La lista di Grillo non raggiungerà sicuramente il 3% (anche perché, non è presente in quattro province) disperdendo così voti utili a realizzare un’opposizione seria a Formigoni. Quanto previsto nel programma dei  grillini è presente anche in quello della Federazione della Sinistra che però, a differenza dei grillini, avanza anche proposte precise sul lavoro e sui temi sociali. Considerate inoltre che  anche Sinistra e Libertà in Lombardia non ha presentato le liste in quattro province con il conseguente forte rischio di disperdere i voti”.  Cane mangia cane.

 

 

 


15 febbraio 2010

Convegno "Libero Web in Libero Stato" (Milano, 13 febbraio)

La prima non notizia è che i parlamentari d’opposizione Vincenzo Vita e Roberto Zaccaria (ex Presidente Rai), all’ultimo momento, hanno cancellato la loro annunciata partecipazione al convegno tenutosi presso il Teatro Blu di Milano. Ne da l’annuncio il conduttore dell’incontro, un visibilmente infastidito Piero Ricca. Per problemi d’agenda (d’altro canto siamo in campagna elettorale e andare in giro a raccattare voti conta più di ogni altra cosa…) il loro intervento viene dunque affidato ad un collegamento telefonico.

La seconda non notizia è che il contributo che entrambi apportano al dibattito è il solito discorsetto in stile “siamo dalla vostra parte e lotteremo insieme” espresso nel più classico politichese. Vita, prima, e Zaccaria, dopo, ci spiegano come l’opposizione abbia “dato battaglia nelle Commissioni” esprimendo parere negativo al decreto Romani. Purtroppo il fugace intervento telefonico non permette grande interazione (a parte un paio di domande rivolte da Ricca e dall’avvocato Guido Scorza, esperto di web), soprattutto con il pubblico. Di fatto, ad esempio, sarebbe stato molto interessante chiedere ai due parlamentari del PD perché il loro partito si sia mosso solo a giochi fatti, quando ormai il decreto era stato confezionato (anche perché le reali intenzioni censorie del Governo, dietro al recepimento della direttiva europea sulle telecomunicazioni, erano note da tempo ed un’opposizione che si rispetti avrebbe avuto il dovere di agire preventivamente).

Tra un decisamente poco concreto “forse questo aspetto non dovrebbe entrare nel provvedimento” e un generico “bisogna farsi sentire”, entrambi i politici, invitati ad un’eventuale protesta di piazza, preferiscono farfugliare una non risposta, dichiarandosi favorevoli in linea di principio. Rimane il dubbio riguardo ad una tangibile partecipazione del PD alla mobilitazione del popolo della rete.

I pericoli rappresentati da questa legge, che potrebbe rimanere così com’è stata partorita se il Governo non accogliesse le obiezioni dell’opposizione, vengono riassunti dall’avvocato Scorza.

In questo decreto c'è l'equiparazione dei siti alle Tv e si prevede l'autorizzazione ministeriale preventiva per trasmettere via web. Inoltre, i provider sarebbero responsabili dei contenuti pubblicati in rete e avrebbero il compito di rimuovere quelli che violano il diritto d'autore. Pena una sanzione fino a 150 mila euro per ogni richiamo. Si tratta, insomma, di una riforma radicale delle norme italiane su tv e Internet.

Fa specie sentire un dirigente Rai, Loris Mazzetti, denunciare la collusione dei vertici della sua stessa azienda con la maggioranza governativa. Da quando il Cavaliere è al potere (grazie anche al colpevole e spesso complice silenzio dell’opposizione), nella gestione della televisione di Stato sono state fatte scelte apparentemente incomprensibili e sconsiderate che, stranamente, hanno finito per favorire Mediaset, danneggiare la stessa Rai e mettere i bastoni fra le ruote anche al fortissimo competitor dell’azienda di casa Berlusconi, cioè Sky. Fra i vari esempi ricordati da Mazzetti, c’è il clamoroso rifiuto da parte del Direttore Generale Masi dei 60 milioni di euro l’anno offerti da Murdoch per trasmettere le reti di Stato sulla sua piattaforma.

A sorpresa, interviene telefonicamente anche Beppe Grillo, attualmente in tour nelle principali città europee. Il comico genovese non sembra particolarmente preoccupato: “Potranno fare decreti, decretini, emendamenti, tanto ci saranno sempre due diciassettenni in un garage che progettano qualche altra cosa…”. Non sono dello stesso parere altri due ospiti, il blogger Claudio Messora e l’ex parlamentare europeo Vittorio Agnoletto.

La sostanza è che, pur essendo verissimo che a medio e lungo termine l’inarrestabile evoluzione tecnologica avrà la meglio su qualunque forma di censura, bisogna opporsi adesso e con estrema urgenza ad un potere politico esercitato con il telecomando che, oltre a cercare di imbavagliare le fonti di informazione libera, “non ci fa innamorare della rete”, come sottolinea l’avvocato Scorza. Prima che sia troppo tardi.

L’Italia come la Cina o l’Iran. Presto potrebbe essere ben più che un timore. La stampa estera, rispetto ai media di casa nostra, sembra molto più attenta e preoccupata per i pericoli corsi dalla libertà di espressione in Italia. Paradossale? No, purtroppo no.

 

***Ecco la playlist con i video del convegno.

 


2 febbraio 2010

Milano contro la privatizzazione dell'acqua

Ieri sera, 1 febbraio 2010, presso la Camera del Lavoro di Milano, si è svolta la “Grande serata in compagnia dell'acqua! (Contro la sua privatizzazione)”. Un’iniziativa nell’ambito della campagna “Salva l’Acqua” promossa dal Comitato Milanese Acquapubblica – Comitato Italiano Contratto Mondiale dell'acqua – Camera del Lavoro di Milano.

Le premesse e le ragioni dell’evento venivano così riassunte nel manifesto che lo annunciava: “L’acqua! Quella che esce tutti i giorni dai rubinetti, nelle nostre case, indispensabile alla vita, è un diritto umano! Oggi a Milano, come in quasi tutta l’Italia, questa acqua è pubblica e di ottima qualità! I nostri governanti han fatto una legge per privatizzare l’acqua di tutti, cioè per rubarcela e regalarla alle multinazionali! Ma noi la vogliamo difendere dalla speculazione privata, dall'inquinamento, dallo spreco, perché così difendiamo noi stessi! Contro questa legge, per liberare l’acqua dalla morsa del mercato e del profitto c’è anche la possibilità di un referendum!”.

La legge a cui si fa riferimento è il decreto Ronchi, licenziato prima al Senato e poi definitivamente alla Camera lo scorso 19 novembre 2009 con 302 voti favorevoli e 263 contrari, consentendone così la conversione.
In particolare nell’articolo 15 del decreto legge si ribadisce come la proprietà dell’acqua sia pubblica ma nel contempo si determina come entro il 31 dicembre 2011 tutte le gestioni in house (cioè strettamente controllate dall’ente locale) debbano decadere, a meno che entro questa data la società che gestisce il servizio non sia per il 40% affidata a privati. In pratica si obbligano gli enti locali a mettere sul mercato l’ acqua.

Una situazione paradossale ed in controtendenza rispetto a quanto avviene in altri Paesi ed in altre grandi città. Nello specifico, Giovanna Procacci del Comitato Milanese Acquapubblica ha ricordato come, dopo l’esperienza fallimentare della privatizzazione, a Parigi ad esempio la gestione dell’acqua sia tornata nuovamente pubblica. E a tal proposito, ha annunciato che verrà organizzato un incontro fra Anne Le Strat, vicesindaco della capitale francese, ed i vertici del capoluogo lombardo.

Da Palazzo Marino e dal Pirellone, non è finora pervenuto alcun segnale da parte di Letizia Moratti e Roberto Formigoni. La Procacci ha però evidenziato con evidente preoccupazione come qualche anno fa il sindaco si fosse già espresso favorevolmente sull’eventuale privatizzazione del servizio. Poi tutto cadde nel dimenticatoio e da allora non si registrano più notizie né dichiarazioni di sorta.

Che nel nostro Paese tiri una brutta aria è quanto ribadito dal successivo intervento di Moni Ovadia. Estremizzando il concetto, l’artista ha provocatoriamente incluso la privatizzazione dell’acqua in quel processo di annichilimento della vita umana e dei diritti fondamentali dell’individuo che ormai da tempo le oligarchie del nostro Paese, e più in generale del mondo, stanno progressivamente applicando “in questa scorza che è la democrazia moderna”. Una testimonianza che spazia dalla situazione socio-politica italiana a quella internazionale, in cui piccole lobby gestiscono il potere sempre più spesso incuranti del bene dei cittadini comuni. Il voto, secondo Ovadia, in una democrazia autoritaria come quella italiana, in cui destra e sinistra si confondono in un unico gruppo di interessi, “non cambia nulla. Bisogna tornare in piazza. C’è l’urgenza di costruire un nostro movimento”. E internet, come dimostra l’esperienza del popolo viola, può essere un ottimo veicolo di presa di coscienza ed aggregazione. Ma “bisogna studiare ed informarsi, investire sui giovani” per cercare di uscire dal baratro in cui il regime mediatico italiano ha spinto la gente.

Fra i contributi video previsti per la serata, spiccano quelli dei comici Paolo Rossi e Flavio Oreglio che, affrontando con la solita verve un argomento estremamente serio, sono riusciti a strappare qualche risata al pubblico intervenuto.


Particolarmente interessante la testimonianza di Emilio Molinari. Il business dell’acqua è un problema globale tanto che, come ha avuto modo di ricordare il politico milanese, in occasione del quinto Forum mondiale dell’acqua, svoltosi ad Istanbul a marzo dello scorso anno, i paesi lì riuniti (Italia inclusa) “non sono riusciti a riconoscere che l’acqua è un diritto fondamentale universale dell’umanità, lo hanno definito un bisogno, e ciò è estremamente preoccupante”. Ne viene fuori un quadro sconcertante: foto satellitari provavano che navi cisterne cinesi rubavano l’acqua del Rio delle Amazzoni. “Chiesi: perché non li denunciate? Mi risposero: perché non ci conviene, è meglio stabilire prima il prezzo al barile dell’acqua grezza e poi, piuttosto, vendergliela”.

Dati alla mano, nelle città dove la privatizzazione dei servizi idrici è già in atto, come Roma o Bologna, si arriva fino a un 35% di perdite d’acqua a causa del peggioramento nella manutenzione della rete ad opera dei privati.

Diminuisce la cura, ma aumentano i costi (e forse, solo se toccati nel portafoglio, i cittadini reagiranno). In alcune città si è registrato addirittura un rincaro del 300%, come ha avuto modo di dimostrare il programma Report.
Una fondamentale battaglia civile per il diritto all’acqua pubblica, che bisogna assolutamente combattere. Come quella per garantire la libertà di espressione ed opinione. All’uscita c’è Piero Ricca da cui apprendo che i ragazzi di Qui Milano Libera stanno organizzando, per il 13 febbraio, un’incontro di riflessione e di protesta contro il decreto Romani e la censura che lo stesso intende applicare a internet. È in gioco il nostro futuro, non c’è dubbio.




3 gennaio 2010

Considerazioni di un cittadino qualunque sul 2009 appena trascorso

Fini, D'Alema, Dell'Utri, Il Fatto Quotidiano vs. i giornalisti di Regime, la Moratti e la via da dedicare a Craxi...

 


7 agosto 2009

Il "razzismo sostenibile" della Lega

Gabbie salariali, crisi d'identità, Salvini, Bossi.




Test di dialetto, lezioni di fascismo, Borghezio.



26 gennaio 2009

Manifestazione Cox18, Milano

La strategia della paura funziona e garantisce campo libero, ed addirittura appoggio, all’autoritarismo ed allo stato di polizia. Questo è un dato di fatto.

Sabato ho partecipato al corteo di protesta contro lo sgombero del centro sociale di Conchetta a Milano. In genere non mi capita di frequentare i centri sociali e non conosco molto la realtà del Cox18, che gestiva il centro in questione. E allora perché sono andato alla manifestazione? Perché non trovo corretto che si tolga di mezzo una realtà socio-culturale per far spazio alle ruspe ed al cemento dell’Expò.

Ovviamente e sempre secondo la già citata strategia della paura, mentre un lunghissimo corteo sfilava pacificamente da XXIV maggio verso la zona del Duomo, nei negozi del centro (e lo so perché ho ascoltato delle testimonianze dirette) si parlava di “gente per terra” calpestata da un’orda di manifestanti infuriati.

Purtroppo, però, rispondere alla mano dura con cori inneggianti a Piazzale Loreto, dal mio punto di vista, è del tutto censurabile, non aiuta a migliorare la percezione dei fatti e produce solo il risultato di equiparare vittime e carnefici nell’immaginario comune. La stampa, poi, fa sempre la sua parte.


9 ottobre 2008

UN EROE ITALIANO

 L'informazione italiana ci propina giorno dopo giorno una marea di balle alle quali siamo ormai totalmente assuefatti. Proviamo a disintossicarci CERCANDO l'informazione sulla rete, CONFRONTANDO idee e pareri, VAGLIANDO i documenti. RIFLETTENDO. Ecco una serie di balle sul Cavalier S. e i fatti che smentiscono tali menzogne propinate dall'informazione globale di regime.
 

aprile        giugno
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29 dicembre 2010 La fine dell'anno La fine dell'anno è arrivata. Il primo decennio del  XXI secolo si è concluso. Ho riascoltato i discorsi di fine anno dei nostri Presidenti della Repubblica. Qualcuno leggeva altri andavano a memoria. Gli argomenti? Disoccupazione, emigrazione, terrorismo, studenti, assassini comuni e politici.  la costanza di tali elementi  mi è ... (continua) Leggi tutto

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