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24 dicembre 2010

Natale a casa: il consueto viaggio della speranza con le FS

Prendere un treno da Nord a Sud per tornare a casa a Natale è sempre un’esperienza (negativa) di vita. Una prova durissima da superare per ottenere il premio di passare le feste con i propri familiari. E devo dire che le ultime volte mi era andata piuttosto bene. Troppo caotici gli aeroporti in questo periodo, troppo incerte le condizioni meteo per non rischiare la cancellazione del volo. Il treno, da questo punto di vista è leggermente più sicuro. Di fatto, l’anno scorso, nonostante la neve, per quanto mi riguarda, filò tutto liscio. Troppa grazia, appunto...

Alle 14 del 23 dicembre salgo puntuale sul Freccia Rossa che da Milano mi porterà a Roma. Sono abbondantemente in anticipo per la coincidenza del treno notturno, partenza alle 22.25 per Villa San Giovanni. Ci mettiamo in marcia con 15 minuti di ritardo perché “una porta non si chiude”. E se il buongiorno si vede dal mattino...
Ad ogni modo, il costosissimo convoglio arriva puntuale. Alle 17 entriamo in Stazione Termini.
 
Ora, la lunga attesa della coincidenza non sarebbe pesante. Quattro chiacchiere con l’amico che da Roma viaggerà con me verso la Sicilia, un caffé, un’occhiatina ai negozi. Non sarebbe pesante se non fosse che non c’è una sedia che sia una dove potersi sedere senza dover comprare o consumare per forza qualcosa. E quindi il tempo lo passi fra il bar e il McDonald’s. Oppure ti accomodi per terra.
 
Quando prenotai il mio biglietto, qualche settimana fa, mi meravigliai del fatto che esistessero ancora le famigerate “cuccette a 6”, che non prendevo ormai da anni. Ma, complici la consueta incertezza e la vergognosa incuria con cui le Ferrovie gestiscono il “servizio” (ed è una parola grossa) nel Centro-Sud, dovetti accontentarmi perché non c’era altro. Prendere o lasciare.
 
Raggiunto il nostro vagone, ci troviamo di fronte alla solita marea di persone e bagagli che cercano di incastrarsi fra di loro. E in questi casi ti chiedi sempre come sia stato possibile concepire questi veri e propri “carri bestiame”. La risposta, fra una maledizione lanciata a mezza bocca contro l’a.d. dell’azienda, Moretti, e la fatica di trascinare la valigia che sbatte contro gli ostacoli che si frappongono nel corridoio, è sempre la stessa: “ci trattano come animali, a Trenitalia non gliene è mai fregato un cazzo di noi” (leggasi “i meridionali”).
 
Sono passati 20 minuti e non siamo ancora partiti. Ci si comincia a interrogare su cosa sia potuto succedere. La risposta ce la da un cuccettista che fa il ganzo: “mancano le lenzuola e mi hanno detto che non le porteranno. Il capotreno comunque mi ha riferito che c’è la possibilità, se non volete partire, di scendere e farsi rimborsare il biglietto”. Ha capito le FS? Ti danno anche la possibilità di non partire e rimanere a Roma la notte prima della vigilia di Natale! Equo, no? Ora indovinate quanta gente è scesa invece di dormire sui sedili sporchi del carro bestiame!
 
Si parte (probabilmente hanno trovato il carbone per azionare la locomotiva). Siamo in sette. Una madre con due bambini, una coppia, e poi io ed il mio amico. Il bambino piange, la piccola vomita per il freddo. Il bagno è una latrina putrida. Quando siamo quasi a destinazione, il mio compagno di viaggio protesta con il cuccettista (che avrebbe dovuto regolare almeno il riscaldamento) ma questi si arrabbia e gli risponde bruscamente: “senta, a me sembra di essere stato anche simpatico ma Lei deve stare calmo!”.
 
A Villa San Giovanni ci tocca traghettare a piedi. Insieme a noi scende una fiumana di altri passeggeri tanto che il treno prosegue quasi vuoto verso Reggio Calabria. Sono tutte persone con il nostro stesso problema: essere siciliani ed “usufruire” di treni (vecchi, lenti e sporchi) messi a disposizione con il contagocce.
Trasciniamo le valigie sul traghetto (scale mobili perennemente guaste e ascensore che funziona a tratti). Andiamo al bar a fare colazione. Bisogna attendere un po’ perché c’è un unico impiegato che fa gli scontrini, prepare i caffé e distribuisce i cornetti ma almeno ne vale la pena.
A Messina aspettiamo più di un’ora che arrivi un treno partito da Milano la sera prima (che strano, è in ritardo...) e che proseguirà verso Palermo. Nel frattempo l’annuncio del ritardo risuona ogni 5 minuti con un aumento proporzionale dei tempi di attesa. Arriva il treno, con un’aggiunta di 60 minuti abbondanti rispetto a quanto indicato nella tabella di marcia. Il rischio di passare la vigilia in stazione sembra scampato. Distrutti ma comunque sorridenti per l’amore che ci lega alla nostra terra, trasportati sulle rotaie borboniche sui cui ancora viaggiano i convogli, ci apprestiamo a passare il Natale con i nostri cari.

1 dicembre 2010

Medio-Oriente: “la gente vorrebbe solo poter vivere in pace”

Mi trovo a Dubai per qualche giorno, fuggito dal freddo di Milano per riparare sotto il sole che splende con ben 27° di massima qui negli Emirati Arabi.Purtroppo la mia non è una vacanza ma una trasferta di lavoro. Ma tant’è, maglio che stare nel ghiaccio e nella neve del Nord Italia, no?

Dopo una faticosa giornata, dunque, sono andato con un amico a godere di un po’ di meritato relax in uno dei locali tipici in cui si fuma la shisha. Ora, per chi non lo sapesse, è meglio premettere subito che la sostanza fumata non è né una droga né un tipo di tabacco (ma su quest’ultima affermazione non ci metterei la firma). Si tratta di aromi (io scelgo sempre quello all’uva) che vengono somministrati mediante un apposito tubo alle cui estremità ci sono, da una parte, un’ampolla d’acqua, sulla cui parte superiore poggia una sorta di posacenere che contiene dei carboncini ardenti, e dall’altra un boccaglio monouso che viene sostituito per ogni fumatore.
Fumare la shisha è una tradizione araba ed un momento di incontro con gli altri durante il quale si chiacchiera del più e del meno. Un po’ come passare al bar e bere una birra con gli amici prima di tornare a casa.

Ayman è un ragazzone sempre allegro ed estremamente intelligente. Ed è uno straordinario fumatore di shisha, un vero maestro. Tanto che addirittura porta sempre con sé la sua personalissima attrezzatura, e si fa  servire direttamente lì gli aromi.
Al tavolo, oltre a noi due c’era un terzo avventore, amico di Ayman.
Credo che si impari molto di più sulla cultura dei popoli in queste occasioni che leggendo qualunque trattato sull’argomento.
Per esempio, mentre ci recavamo a destinazione, in macchina, ho scoperto che il mio amico, che io credevo libanese (più della metà della popolazione degli Emirati è straniera), in realtà è palestinese, cioè ipotetico cittadino di un ipotetico Stato che, parole sue, “non esisterà mai, scordiamocelo, Israele non ne vuole sapere”.

Ma c’è dell’altro, Ayman possiede una sorta di documento provvisorio rilasciato dal governo libanese in virtù del fatto che lui è sposato con una donna locale.
Provvisorio significa che me lo hanno concesso in attesa che io possa avere i documenti dello Stato Palestinese, quindi mai…”. O meglio, lui sa che rimarrà per sempre (o per lunghissimo tempo ancora) “provvisorio”. E mi spiegava, con la sua solita verve, le difficoltà per poter ricevere il visto e viaggiare, per esempio, in Germania: “a mia moglie hanno concesso il visto in tre giorni, a me in sei settimane…e il mio ‘passaporto’, perché in realtà non lo è, è una sorta di libretto più grande di un passaporto normale dove gli Stati esteri si rifiutano di applicare un visto. Di fatto al massimo mi consegnano un foglio esterno che devo presentare insieme al mio documento… Quando andai in Germania probabilmente non avevano mai visto nulla di simile...”.

Curioso, ho cominciato a fare una serie di domande alle quali Ayman rispondeva con una simpatia che mal celava la sensazione di sentirsi sempre e comunque fuori posto: “Ed ho un amico yemenita che aveva un vecchio passaporto risalente a quando il suo Paese era ancora diviso. Qui negli Emirati glielo ritirarono sostituendolo con il passaporto locale. Tutto bene finché un paio di anni dopo, senza alcun motivo il Governo se lo riprese insieme a quello di tanti altri malcapitati, che si ritrovarono da quel momento senza alcun documento valido…Sai cosa accadde dopo? Da ventisei anni non può lasciare il Paese! Perché i suoi figli possano studiare deve pregare le autorità di firmare delle specifiche autorizzazioni. Insomma, sono apparentemente uomini liberi, lavorano, hanno un conto in banca ma non hanno uno straccio di documento che attesti la loro cittadinanza! Al massimo la patente di guida…”.

Li chiamano “i senza” e vivono tutti in una grande prigione. A questo punto, ad un mio accenno alle piccole similitudini con la storia di The Terminal, il film di Tom Hanks, il mio amico, con il suo vocione divertito, esclamava: “Film? Ma qui una storia identica è finita sui giornali e su tutte le televisioni!”.
Un palestinese con documenti “provvisori” egiziani si recò a studiare in Canada. Finito il corso di studi, decise di tornare in Egitto ma…“lì la legge determina che i palestinesi con documenti egiziani che siano usciti dal Paese non possano più rientrarvi! Assurdo!”.
Il povero studente dovette viaggiare per ben trentadue giorni di seguito, sballottato da uno Stato all’altro senza che nessuno gli permettesse di entrare. Anche lui, come il protagonista del film, viveva letteralmente negli aeroporti (e si lavava persino nei bagni dei terminal) in attesa di provare a partire per un'altra destinazione, nella speranza di essere finalmente accolto. Alla fine uno degli sceicchi degli Emirati gli diede un visto della casa reale (o qualcosa del genere) e la sua odissea si concluse…

Al tavolo abbiamo parlato delle contraddizioni che i popoli del medio-oriente vivono: “la gente vorrebbe solo poter vivere in pace”, mi ha detto ad un certo punto Ayman, con un’espressione un po’ rattristata. Poi mi hanno chiesto dell’Italia e di come vivono lì gli extra-comunitari. Gli ho parlato dei tanti problemi che ci sono sia per loro che per molti italiani. Gli ho parlato anche della Lega Nord.
In particolare, il ragazzo egiziano che passava di tanto in tanto per riattizzare i carboncini della shisha, non perdeva occasione per parlarmi, rigorosamente in arabo (ed il mio amico traduceva divertito). Vorrebbe venire in Italia a cercare fortuna, “magari vengo con te…”, la buttava lì ridendo.
C’è lavoro?”, mi ha chiesto ad un certo punto, diretto. La mia risposta lo ha portato a concludere: “Ok, facciamo così, mandami il curriculum e vedo se ti riesco a rimediare qualcosa in Egitto”.

 


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