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16 ottobre 2009

SILVIO E L'AMICO MASSIMO, UN AMORE ETERNO

Suggerisco di andare a teatro a vedere le repliche di Promemoria, il racconto di Marco Travaglio sugli ultimi quindici anni di storia italiana. Oppure di acquistare il libro/dvd. E poi di focalizzare l’attenzione sulla parte in cui il giornalista racconta di quanto accaduto nel quinquennio in cui il centro-sinistra ebbe in mano le redini del Paese, durante la XIII legislatura (1996-2001). Dopo aver abilmente rovesciato Prodi ed averlo sostituito come Presidente del Consiglio, Massimo D’Alema diede il via alla parabola discendente del centro-sinistra che avrebbe riportato in auge Silvio Berlusconi, vincitore nella tornata elettorale del 2006. D’altronde quella non sarebbe stata l’ultima volta in cui l’amico Massimo, come lo definì il Cavaliere, e più in generale la sua coalizione di riferimento avrebbero avuto il “merito” di riportare in vita Berlusconi da una morte politica che sarebbe stata altresì inevitabile. Non dimentichiamoci che una delle prime azioni di Veltroni, dopo la sua elezione a segretario del neonato PD, a fine 2007, fu quella di instaurare un dialogo con l’opposizione. E non con la Lega o Fini ma con un ormai emarginato e sempre più solo Berlusconi, su cui i suoi alleati avevano messo una croce gigante. Ebbene, il dialogo produsse un ulteriore indebolimento dell’esecutivo di Prodi e l’ennesimo rilancio del “presidente operaio”, rinvigorito più che mai. Ed i suoi alleati dovettero abbandonare ogni velleità identitaria tornando (soprattutto Fini) con la coda fra le gambe all’ombra del Cavaliere. Ma l’amico Massimo non lo batte nessuno. Dovremmo dunque sorprenderci dell’incontro furtivo fra lui e Berlusconi, con l’intermediazione del fido Gianni Letta, il 14 ottobre a Villa Madama, in occasione della presentazione dell’alleanza fra Malpensa e Fiumicino? Neanche per sogno. D’Alema che fa finta di opporsi al Premier e poi inciucia alla prima occasione, è roba vecchia. D’altronde lo ha ribadito chiaramente anche lui durante questo improvvisato tête a tête: “Presidente, io sono sempre pronto”. Eh sì, perché già nel 1996, governo Prodi, mentre Berlusconi era imputato a Milano per tangenti e falso in bilancio ed indagato a Palermo, Caltanissetta e Firenze per mafia, D’Alema accorse per la prima volta in suo soccorso bevendosi la storia del cimicione, la microspia che Berlusconi si era ritrovato in casa e per la quale aveva subito gridato (tanto per cambiare) alle solite “toghe rosse” spione. Poi si scoprirà che la cimice era stata piazzata da un impiegato del servizio di sicurezza dello stesso Cavaliere, nel tentativo di valorizzare il lavoro di bonifica dell’abitazione che gli era stato commissionato. Poco male, l’amore litigarello fra i due politici era ormai iniziato. E fra i contrasti ed i litigi tipici di ogni coppia, arriviamo ai giorni nostri. D’Alema si sta riprendendo la leadership del PD sotto le mentite spoglie di Bersani e, prima ancora dell’incontro di Villa Madama, lancia già segnali inequivocabili richiamando i suoi alla responsabilità, tirando fuori la solita manfrina dell’antiberlusconismo che non paga (usata spesso e volentieri dagli esponenti del PD per giustificare la loro vergognosa connivenza con la maggioranza) ed, infine, abbandonandosi al ritorno di fiamma. Proprio nel momento in cui il Premier sembra essere nuovamente alla frutta, la spalla dell’amico Massimo è pronta a sorreggerlo. Ecco, la triste morale di questa storia è che la democrazia e l’alternanza in Italia non possono esistere: maggioranza ed “opposizione” continuano a spartirsi la torta ed a essere sfacciatamente una cosa sola (vogliamo parlare dello scudo fiscale?). D’Alema ed i suoi seguaci sono un altro maledetto cancro di questo paese ormai in metastasi, uguali in tutto e per tutto ai berluscones. Perché Berlusconi serve a D’Alema per rimanere a galla e senza un Berlusconi non esisterebbe un D’Alema. La speranza è che crollino, un giorno, ed allora crollerà tutta l’impalcatura. Il problema è quando. D’altro canto, si dice che il vero amore non finisca mai…


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